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Renata Palubinskas: il surrealismo in una delle sue versioni migliori, tra le più eccellenti espressioni contemporanee. C’è anche dell’esoterismo, quel poco che basta a velare di mistero una surrealtà scolpita dal sogno e dalla presenza costante del male, che dona alla Palubinskas quel “boschismo” che merita di diritto. Con lei non ci sono dubbi: si sprofonda nel sogno, sicuramente. E si rischia anche di rimanerci. Davvero prorompente è la genialità racchiusa in Midday, come altrettanto poetica, misteriosa e metafisica è l’aura incantata che avvolge The Seventh Trumpet. Nel primo caso abbiamo una splendida rappresentazione della morte, incarnata magistralmente da una figura esile e beffarda, che sembra sia uscita direttamente da un quadro di Bosch, il modo in cui è dipinta rimanda direttamente al trecento o all’oltretempo addirittura. La morte non è sola: ha con se una lunga falce, un enigmatico sorriso e due incantevoli bambine abbracciate tra loro, felici di vivere la quotidianità nel bel mezzo del giorno, spaccato a metà dalla clamorosa presenza della fine, tanto visibile quanto invisibile, che sprofonda comoda dentro la loro inconsapevolezza adolescenziale. In The seventh trumpet è la classica divisione tra il divino e il demoniaco a riempire la scena. Di poesia imperante. Da un lato le carte, e forse la divinazione ad esse associata, dall’altro la purezza celestiale della musica che prorompe direttamente tra le nuvole del cielo e in esse si confonde, quasi a ribadire la sua dimora più consona, il suo inevitabile ritorno alla metafisica. E l’angelo che suona, sta proprio lì, a ribadirlo. In Death chasing time, è la bellezza che impera, incorniciata dall'ineluttabile fiume di una filosofia in piena: si rimane un attimo attoniti, frastornati dal fascino dell’opera e dal senso del tempo che la percorre e la ricopre. Come se il tempo, rincorso dalla morte, è in qualche modo protagonista di questo paesaggio magico, di questa splendida realtà, la quale sembra confondersi tra reale e surreale. Non si capisce se quella realtà, è troppo bella per essere vera o troppo poetica per essere sognata, in ogni modo l’eleganza del tempo e la naturalezza con la quale sfugge alla morte nell’eterno ritorno della sua (in)esistenza, dona al quadro quel movimento e quella vivacità, che lo trasporta in un reale più animato e partecipato, un reale in cui in sostanza, ci siamo anche noi… The Protector è una vera e propria fiaba in cui la presenza della magia si respira in modo tanto eloquente quanto dirompente. Si rimane senza parole, ascoltando quel dipinto. Il volto della ragazza proviene dai luoghi del sogno, non appartiene a questa realtà, come tutto il paesaggio alle sue spalle, fiabesco anch’esso e colmo di mistero. L’impatto visivo è artisticamente devastante e la comunicabilità, la capacità ipnotica di quello sguardo è davvero pregna di un potere occulto. Interessante anche Crowing of innocence, in cui due angeli incoronano una bambina, che “dovrebbe” incarnare l’innocenza. Anche in questo dipinto è evidente il dissidio tra bene e male, il sorriso beffardo della fanciulla, è piuttosto eloquente riguardo alla sua “certa” innocenza, ben mascherata agli angeli. Anche in questo caso la poesia, l’eleganza e il fascino misterioso e fiabesco giocano un ruolo fondamentale nell’evidente bellezza dell’opera. Davvero originale Rising of new moon, tanto enigmatico quanto comunicativo. Un personaggio fantastico fuoriesce da una vasca piena d’acqua circondata al suo esterno da esseri indecifrabili, altrettanto fantastici e inequivocabilmente misteriosi, tutti rivolti verso di lui, tanto eccitati quanto espressivi. Che dire poi della magia di Captured in cui un bambino “siede” a mezz’aria, in stato di levitazione? O di Taming of evil, in cui la lotta bene-male è ancora più reale, ancora più dentro questa realtà? Per concludere non posso non citare il Trittico Green hills, in cui la poesia di quella bambina, circondata dalla surrealtà magica circostante incarna l’essenza artistica della Palubinskas: un Surrealismo più vero, originale, incredibilmente profondo, fedele al sogno in tutta la sua autenticità. Un Surrealismo unico e slegato da tutti quei pittori che di surrealista hanno solo un copia e incolla di altri artisti famosi ma non per questo profondi o geniali, come invece è lei: Renata Palubinskas. Green hills ci segnala il ruolo centrale dei bambini, veri e propri tramiti quadrimesnionali, autentici signori del sogno e della consapevolezza, gli unici depositari di quella purezza necessaria per aprirsi al divino, all’invisibile, a tutto ciò che sembra dividere il sogno dalla realtà ma che in realtà non è altro che Uno. La Palubinskas chiarisce meglio il concetto: «the children's characters are aware of existence of another dimension unseen with the naked eye. This is a place where grotesque creatures resides. Also they do not feel the difference between dream and a wakeful state. However, because of their innocence they are venerable and frightened. They have an innocent ability to trust and love purely without judgment. Their devotion and sincere trust opens up the door to that higher dimension and calls for protection and an interference from the Divine. That Divine sheds the light of self awareness and an understanding of the real existence which is full of bliss, knowledge, and eternity. It is above duality of youth and old age. It is life and death full of pure love without boundaries». (La citazione è ripresa dal sito www.renatapalubinskas.com). Lucio Giuliodori |