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04/01/08: pubblicato un mio

articolo sul sito

 di "Scienza e Conoscenza"

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Kaf: Wim Mertens e la filosofia della musica PDF Stampa E-mail


 

In Wim Mertens è la tragicità a respirare, soprattutto in Kaf, il pezzo che apre Jeremiades: ben ventidue minuti con un solo accordo. E lui sopra a delirare con quel lamento soave, fine e irrimediabilmente tragico, innevato, plumbeo.

La voce di Mertens è un flauto uscito fuori da una fiaba triste, la fiaba del nichilismo stesso forse o delle sue velate sfumature.
Avrò sentito quella canzone centinaia di volte eppure riesce ancora ad emozionarmi, essa ha accompagnato i miei vent’anni, i miei continui punti interrogativi, i miei sorrisi e i miei viaggi interiori.

Quel pezzo mi fa pensare alla sensibilità necessaria per avvicinarsi alla filosofia, non tanto a quest’ultima in sè, quanto a ciò che serve per farsela amica.
E’ un pezzo invernale, decisamente invernale, mi fa venire in mente Cracovia o Praga, la maestosità dei palazzi, incorniciati da sguardi bassi, che camminano nel solco scavato dalla tristezza scolpita nell’aura di quei luoghi, innevata dal senso di poesia che prepotente rivendica la celebrazione del tragico, come sua dote di diritto.

Kaf è un motivo che può trasportare lontano, sia con i pensieri che senza di essi. Non è una canzone, è una meditazione. I pezzi più famosi al suo cospetto, close cover, struggle for pleasure, maximizing the audience, per quanto eccelsi ovviamente, non riescono a reggere il confronto.
Siamo in un altro piano di esistenza musicale, nel regno del minimalismo  più incisivo, che lascia i segni, che scorre dentro, che indaga i sensi, per testarne la freddezza e l’autenticità.

E’ un pezzo chiaramente “al di là”. Niente e nessuno può avvicinarvisi con intenti di sfida.
E’ sorprendente come, sebbene triste, Kaf riesce tuttavia ad essere un pezzo imperioso, maestoso, come un’onda del mare o una colonna di un tempio che conosce esattamente il senso della sua esistenza. E’ un pezzo che ostenta sicurezza, che parte deciso e finisce trionfale, nell’ineffabilità congenita della sua armonia sempre uguale per ventidue incredibili minuti strappati al tempo e al significato che si crede esso abbia.

Durante Kaf, il tempo scompare. Corroso anch’esso dalla bellezza dell’arte prorompente dalle note di quel pianoforte metafisico, incastrate a pennello nella surrealtà di questa dimensione. Nella quale viviamo all’unisono con le forme dell’arte che di continuo la trascendono, la sbeffeggiano e la inverano. Una mossa vincente, per farci capire… che esistiamo.

Lucio Giuliodori

 
© 2008 Lucio Giuliodori
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