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04/01/08: pubblicato un mio

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Tra il bene e il male. Tra la musica e la pittura di Wackenroder e Bosch PDF Stampa E-mail

  

Tra la musica e la pittura: tra Wackenroder e Bosch. Cos’hanno in comune lo scrittore romantico e il pittore fiammingo? Apparentemente niente tranne una grande spinta ad indagare la realtà ulteriore tramite l’arte. Wackenroder sostiene che la musica rappresenta i nostri sentimenti in maniera soprannaturale, e in questo, lo scrittore tedesco sembra proprio essere la base poetica di Swedenborg e quest’ultimo il culmine dell’altro: se infatti la musica rappresenta i nostri sentimenti in maniera soprannaturale, allora i sentimenti di cui parla Swedenborg, i quali costituiscono l’uomo nel mondo spirituale, possono essere anche qui intravisti nella loro forma reale, grazie all’arte dei suoni.

Per Wackenroder infatti, la musica non rappresenta un dolore o una gioia ma il dolore o la gioia, ossia l’Idea stessa di quel sentimento; differentemente dalla filosofia, la musica non ha a che fare con infiniti pensieri sul sentimento ma con esso stesso, e questo grazie non ai concetti ma alla bellezza. Quest’ultima però non è a tutti visibile ma destinata quasi ad un’elitaria “sovraumanità”, verrebbe dunque da dire nietzscheanamente “un libro per pochissimi”. da sempre, la saggezza sufi ne decanta magistralmente lo splendore atemporale. L’estetica musicale di Wackenroder, che a tratti si fonde quasi con quella di Tieck, è incentrata nel sentimento di appagamento dei sensi, un "rapimento mistico e sensuale", quasi un’esperienza erotica direi, una vera e propria gioia dell’anima rubata alla terra e trasportata nel luogo degli eterni archetipi delle cose.

Bellezza dunque, armonia interiore allo stato puro, guarigione dell’anima, tutto nell’estetica di Wackenroder conduce il mio pensiero ad un unico concetto: il bene. Volendo cercare “paralleli opposti”, penso ad un pittore, Hieronymus Bosch, il quale invece, grazie alla sua arte, avvolge ed invera il senso e la presenza del male, il suo respiro, la sua congenita straripanza ontologica. Lo splendore della pittura di Bosch, è la bellezza del male, la spettacolarizzazione e la messa in scena della sua tragedia, e se la bellezza, come dice Ivan Karamàzov, è spaventosa, la bellezza del male diventa metafisica dello spavento, disastro della sua presenza, realtà concreta del suo essere minaccia reale, cosmica, eterna. Il male in Bosch è dappertutto, sia nella vita dell’uomo in questa terra (Trittico dell’Epifania, Trittico del fieno, Le nozze di Cana ecc.), che nell’al di là (L’inferno, La caduta dei dannati, La caduta degli angeli ribelli ecc.) poiché l’umanità, secondo il celebre pittore, è sorda, distratta, psichicamente deforme, avvolta e stravolta dal male, il quale dunque riordina la realtà secondo i suoi canoni: niente è reale in Bosch, tutto è infinitamente e assurdamente grottesco e mostruoso.

La pittura di Bosch ci mostra eloquentemente che il mondo dell’uomo, sia a livello terreno che a livello ultraterreno, è “incomprensibilmente” terribile, plasmato di continuo dalla costante presenza del male. Non grazie ad una serie di concetti, ma per mezzo di un potente mezzo espressivo quale è la pittura, Bosch ci parla del male e della sua realtà dalle dimensioni gigantesche, inimmaginabili, che sorpassano i limiti terreni. Il male in Bosch distrugge tutto, a cominciare dai limiti spazio-temporali: esso ha evidenti approdi metafisici, e anzi, come in Swedenborg, più si sorpassano i limiti terreni più esso acquista potenza e violenza, basti pensare ai già citati L’inferno e La caduta degli angeli ribelli. E, in conclusione, a proposito di inferno, Bosch non fa altro che ribadirci, a mio avviso secondo uno schema troppo pessimistico ma del resto legato al buio medievale, ciò che quel pazzo di Strindberg, quattrocento anni dopo, costantemente ribadirà e cioè che l’inferno appunto, lo stiamo già vivendo qua.

Lucio Giuliodori

 
© 2008 Lucio Giuliodori
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