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04/01/08: pubblicato un mio

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Genialità e meraviglia in Pavel Florenskij PDF Stampa E-mail

 

Genialità e meraviglia: il bambino come "simbolo" della conoscenza integrale in Pavel Florenskij

1.Introduzione

L’accesso ad un’altra realtà, è, secondo la visione del mondo di Pavel Florenskij, una possibilità reale, alla portata del soggetto, il quale non conosce più distinzioni tra noumenico e fenomenico ma vede il tutto nella forma ad esso più congeniale: quella “quadrimensionale”, quella in cui si riguadagna un contatto vitale, cioè frontale e non più prospettico, con il Lebenswelt, il quale diventa l’ambito del “regale”, inverato dai riflessi della trascendenza. Il contatto con la realtà ulteriore trasfigura il tempo trasformandone il valore, il “momento” del contatto è un momento privilegiato, è un momento a quattro dimensioni: è un attimo raro, sacrale. Raro perché prezioso, esso infatti rompe ogni forma di dualismo tra mondo sensibile e mondo delle idee, tra corpo e spirito. Tutta la filosofia florenskiana «vede il mondo permeato dai raggi della Verità, vede in questo mondo un altro mondo, scorge nell’essere delle creature il simbolo di un altro mondo. […] La questione del simbolo è la questione dell’unione di due esseri, di due strati dell’essere, uno superiore e uno inferiore, unione nella quale quello inferiore include anche quello superiore e può essere permeato e nutrito da quello superiore» . La “zona” privilegiata, cioè il simbolo o “porta regale” in cui inferiore e superiore si uniscono è il “luogo del confine”.

Pavel Florenskij ha cominciato ad abitare questo luogo sin dalla sua primissima infanzia, come lui stesso ci racconta attraverso le sue splendide lettere che formano il corpus dell’opera Ai miei figli: una fantastica collezione di memorie, forse addirittura la più bella opera florenskiana tradotta in italiano. In tale opera, il filosofo racconta ai figli la sua infanzia incantata, il suo costante trasognare, la sua sensibilità fuori dal normale, la sua naturale tendenza all’estasi, all’ebbrezza, la sua mistica congenita. In queste pagine, più che in altre, traspare indiscutibilmente il genio di Pavel Florenskij, la sua fantasia, la sua poesia, la sua “fiaba”. Queste infatti, come dichiara anche Natalino Valentini, sono «pagine pervase da una sensibilità estetica acutissima, che testimoniano l’incontro fecondo tra sentire, pensare e amare, la partecipazione dinamica di tutti i sensi alla conoscenza viva dei misteri della natura e del loro in attingibile splendore: “Il bello era pervaso d’aria e di luce, era soave e mi era misteriosamente affine. Lo amavo teneramente, estasiato sino a sentirmi mancare il respiro, fino a dispiacermi di non poterlo accogliere dentro di me e di non potere, io, entrare in lui”. Per altro verso queste memorie si avvicinano al genere letterario della “confessione”, divenendo naturale luogo di incontro tra intuizione ed esperienza, filosofia e poesia, verità e vita» . Il mistero e la magia della bellezza del reale riempiva Florenskij di quel sentimento speciale da cui per altro nacque la stessa filosofia: la meraviglia. Il filosofo, aveva, fin dai primi anni della sua vita, una spropositata capacità di meravigliarsi, la quale gli ha permesso poi di imporsi quale indiscutibile personalità di genio nel campo della conoscenza.

2.Mondo visibile e mondo invisibile

Mistero, magia e bellezza sono concetti centrali nella formazione del pensatore russo, il quale nel periodo dell’infanzia, quando ancora cioè non aveva gli strumenti filosofico-scientifici per conoscere il reale, si sente attratto da tutto ciò che aveva a che fare col misterioso e l’indicibile. Anzi, potremmo dire che per il piccolo Pavel tutta la realtà era misteriosa e magica, e dunque per lui affascinante. Pavel Florenskij non sviluppa la sua visione del mondo solo in seguito ai suoi studi, l’idea dei due mondi infatti non nasce dall’intelletto ma dalla sensibilità, quella di un bambino che si sente immerso nel mistero della natura: il piccolo Pavel si sentiva, e forse era realmente, l’intersezione dei due mondi, visibile e invisibile. Di questo né è convinto anche un illustre studioso quale Lubomir Zak: «già dai primi anni di vita egli godeva e profondamente respirava l’aria pulita e idilliaca di queste due realtà, sperimentando nello stesso tempo una stretta unione esistenziale tra questi due mondi ». Credo che questo sia un fatto al quanto interessante da considerare per comprendere appieno il pensiero di questo autore: la teoria dei due mondi, che in sostanza è il concetto principale dell’intero messaggio florenskiano, non nasce dai suoi studi, non nasce dalla matematica, dalla teologia o dalla filosofia ma nasce dalla sensibilità di un bambino. Tutto ciò non è solamente poetico ma è soprattutto stra-ordinario: «Le mie posteriori convinzioni religioso-filosofiche non provengono dai libri di filosofia che, salvo eccezioni, leggevo sempre poco e per di più sempre malvolentieri, ma dalle osservazioni dell’infanzia» . Un’affermazione piuttosto insolita sulla bocca di uno scienziato-filosofo, un’affermazione che richiama tra l’altro anche l’affascinante tema della memoria , il conoscere infatti, da questa “nuova” prospettiva, viene in tutto e per tutto a delinearsi come un ricordare: «già in tenera età si erano formate nella mia mente le categorie del conoscere e i concetti fondamentali della filosofia.

Successivamente la riflessione posteriore durante lo studio della filosofia non solo non li ha rafforzati e approfonditi ma, al contrario, dapprima li ha scossi e oscurati senza offrire niente in cambio, se non un senso di amarezza. Però, a poco a poco, riflettendo sui concetti di base della visione del mondo e studiandoli dal punto di vista logico e storico, mi sono rimesso su un suolo solido, e quando mi sono guardato intorno è risultato che quel suolo solido era lo stesso su cui stavo nella prima infanzia: dopo un vagabondaggio mentale alla fine mi sono ritrovato al punto di partenza. In effetti non avevo conosciuto niente di nuovo ma mi ero solamente “ricordato” – si, ricordato – di quei fondamenti della mia persona che si erano formati durante l’ infanzia stessa, ossia per dirla più correttamente, che erano il germe spirituale di tutte le crescite spirituali, cominciando dai primi barlumi della conoscenza ». Ma di che cosa Florenskij si era “ricordato”? Che la realtà è tutta un mistero? Che è magica e dunque affascinante? Che è strettamente collegata all’ altra realtà? Sembra proprio di si, né è convinto anche Zak: «ed infatti non mancavano le occasioni nelle quali il piccolo Pavel poteva “infilarsi” silenziosamente con il proprio animo sotto la superficie dei fenomeni, dove il “misterioso buio” cominciava a schiarirsi sempre più al punto che, sebbene per un breve istante, egli poteva intravedere dietro il mondo visibile un “altro mondo” ». Potremmo dire che il piccolo Pavel, squarciava ogni giorno il suo personalissmo “velo di maja”, l’ infanzia del filosofo fu infatti, praticamente, una collezione di attimi rari: Pavel Florenskij vedeva costantemente ciò che altri non vedevano. E’ importante chiarire però che egli non vedeva qualcosa di diverso dagli altri, ma piuttosto vedeva la stessa cosa in maniera diversa, cioè tutto quello che agli altri, «soprattutto adulti sembrava essere normale, a lui appariva essere diverso e misterioso ». La sua intera esistenza era una “visione costante”, cioè una conoscenza-contemplazione (eidos), inspiegabile da parte del mondo degli adulti, incapace di vedere il mondo dalla prospettiva del mistero: «Vero è, però, che gli adulti non si curavano del lato misterioso di quanto ci circondava, o magari non lo notavano, o ce lo tenevano nascosto per non farci spaventare. Infatti non parlavano mai di cose che, invece, esistevano senz’ombra di dubbio, come i diavoli, le rusalki, il lešij e i simpatici elfi. Nonostante tutti gli ostacoli educativi frapposti, invece, noi bambini li conoscevamo da tempo, anche se non saprei dire come» . Credo che questo “non saprei dire come”, riferito al conoscere, sia al quanto emblematico sulla bocca di uno scienziato-filosofo, in ogni modo non c’è da stupirsi se il pensatore in questione risponde al nome di Pavel Florenskij, un personaggio da cui ci si può aspettare di tutto dal punto di vista gnoseologico. A questo proposito è assolutamente incredibile la disinvoltura e la competenza con la quale egli passa da un argomento all’altro, dalle conoscenze più disparate tra loro. E’ sempre lo stesso pensatore infatti che parla delle geometrie non euclidee e un attimo dopo della reale esistenza di elfi e gnomi, nonché del suo reale rapporto con essi.

3. Comprensione-genialità-incomprensione

In sostanza l’aspetto originale che emerge dalle riflessioni florenskiane risiede nel fatto che il “mondo” dell’infanzia è strettamente legato al concetto di genialità e, a volte, esso ne è addirittura un sinonimo: il bambino infatti, dal punto di vista della conoscenza è un genio assoluto. Ascoltiamo le parole del filosofo che, riguardo questo argomento se la prende con gli evoluzionisti, in particolare con Canton: «vero è che non credo affatto agli evoluzionisti, ma mi viene da pensare che, magari, lo stesso Canton può aver sviluppato la sua teoria non su fondamenta razionali, ma raccontando una bella favoletta sulla base delle impressioni marine della sua infanzia. Se allievi e seguaci capissero su cosa si fondano le teorie dei loro maestri, su quali intuizioni dell’infanzia scevre di razionalità, cesserebbero di jurare in verba magistri, ma nel contempo comprenderebbero assai meglio la loro personalità recondita e infantilmente geniale» .

In cosa consiste questa genialità infantile? Nel non accontentarsi delle risposte dei più grandi bensì nel fidarsi delle proprie infinite percezioni, le quali durante questo particolare periodo dell’esistenza godono infatti di una loro potenza naturale che solo crescendo viene recisa dalle necessità razionali del mondo degli adulti . Pavel Florenskij era assolutamente convinto di vedere cose che gli adulti non vedevano e le domande che ad essi poneva non erano a loro comprensibili, erano semmai domande che li lasciavano perplessi, come afferma lo stesso filosofo: «che cosa sono quei serpentelli verde-dorati? Da dove vengono? E’ una domanda che ho sempre avuto in testa e a cui Dio solo sa quanto ho pensato! L’ho anche posta ad alta voce, e diverse volte, ma ho sempre ricevuto la risposta perplessa che erano solo una parvenza, dovuta – così pare – al movimento dell’acqua. Una risposta che non mi soddisfaceva affatto. Sentivo che non avevano capito la domanda e che quella domanda li lasciava perplessi. E che non la capivano perché non vedevano quel che vedevo io. Io vedevo dei serpenti che giocavano sulla superficie con riflessi di smeraldo e crisolite, incantevolmente splendidi e affettuosi, serpenti buoni e cari che volevano prendere contatto con me. Io li vedevo, li sentivo e sapevo che erano animaletti affettuosi, buoni e belli. Quel che volevo era solo una conferma, era sentire e sapere nel dettaglio come fare per avvicinarmi a loro, per toccarli, baciarli e parlare con loro. Invece mi veniva negato il fatto stesso della loro esistenza, e non solo della loro, bensì dell’esistenza di quanto di particolare io coglievo nel gioco di luce dell’acqua. E allora tenni a lungo celata dentro di me la mia domanda e quel che vedevo» .

Il dramma della genialità risiede infatti nell’impossibilità della condivisione, il genio è solo e la sua solitudine è il dono della sua superiorità manifesta, egli non può condividere con altri le sue esperienze, le quali tra l’altro, spesso, non sono nemmeno dicibili: perfino le parole sono a lui inferiori, non reggono il suo passo, troppo svelto, a tratti spericolato, acrobatico, sull’orlo del “confine”, sul precipizio del reale. Il piccolo Pavel era come un radar sempre acceso che captava segnali invisibili in ogni momento e da ogni angolo della realtà, in lui il “sentire” era palesemente spropositato. Quando egli parla di palpitazioni non lo fa in senso metaforico, egli può veramente eccitarsi al cospetto della natura, soprattutto guardando il mare, a lui estremamente vicino: «là, sotto i raggi di un sole cocente, il mare è più schietto, là mostra quei flussi e riflussi che starei a osservare fino a sentirmi mancare il fiato, fino alle palpitazioni» , e ancora «come dubitare che quanto accadeva nel mare non fosse importante? […] i grandi mi volevano molto bene, ma capivano molto poco, o così mi sembrava, del senso vero delle mie domande. Ogni domanda presupponeva una determinata risposta o, per lo meno, una certa direzione della risposta. Le spiegazioni degli adulti, però, non ne tenevano conto o, più semplicemente, essi non comprendevano il fulcro della mia richiesta: ciò facendo invalidavano la mia domanda fondamentale sulla vita del mare. Già, io vedevo e sentivo che il mare viveva, e la sua vita la recepivo come un dato di fatto che non necessitava di ulteriori spiegazioni; percepivo il mare così come percepivo la mia stessa vita» .

Il mare occupa un posto di assoluto rilievo nelle percezioni del piccolo Florenskij, il cui essere infatti era anche l’essere del mare. Ma vorrei tornare ora al valore della percezione in sé e alle conseguenze che essa comporta negli stravolgimenti interiori della personalità di un bambino (amante del) prodigio. E’ importante sottolineare la gravità di questa situazione, l’incomprensione da parte del mondo degli adulti dal punto di vista psicologico, era assolutamente devastante per una sensibilità così accentuata come quella di Florenskij: «quando chiedevo il perché dei serpentelli verdi, della mutevolezza di colore della superficie del mare, del ritmo spezzato della risacca, dei pali levigati dell’acqua e di una quantità di altri fenomeni simili, quel che volevo sentire era prima di tutto una conferma a quanto già sapevo da solo, e cioè che il mare viveva, che era un essere vivente e misterioso. Solo che volevo sentirlo da chi mi circondava, volevo che fosse una sorta di amen a quanto avevo esperito. Ottenuto il riconoscimento generale di quel fatto, in secondo luogo bramavo i particolari sul senso dei singoli fenomeni della sua esistenza, sui bagliori di luce, sui sorrisi e sui pericoli del mare. Mi sentivo rispondere qualcosa, tipo che il fenomeno che mi appassionava non esisteva in quanto tale: gli adulti lo riducevano a qualcosa di casuale ed esteriore che di ragioni casuali ed esteriori era fatto» . Gli adulti in sostanza riportavano tutto alla superficie mentre lui voleva andare in profondità, consapevole del fatto che lì, e solo lì, risiede il senso del fenomeno, cioè il suo noumeno, usando una terminologia cara al pensatore russo.

Se per gli adulti i vari fenomeni della natura erano pressoché scontati nella loro naturalezza, nel loro ripetersi, nella loro quotidianità, nel loro far parte di un mondo “già visto”, per il “futuro” filosofo il mondo intero, e con esso i suoi diversi fenomeni, era sempre un mondo nuovo, cioè non un mondo “già visto” bensì un mondo non ancora visto abbastanza e, a quanto pare, tra l’altro, non a tutti visibile. Il giovane Florenskij incarnava l’essenza del vero filosofo: un essere capace di meravigliarsi di fronte alla realtà in ogni momento, attimo dopo attimo, facendo della vita stessa una collezione di istanti eterni, cioè di istanti carichi di trascendenza, pregni di un’ulteriorità “visibilmente invisibile”. Per tale motivo il piccolo Pavel sembra quasi un presocratico più che un (futuro) filosofo del Novecento. Gli adulti continuavano a non comprendere la sua meraviglia: «mi rispondevano che si trattava di un “semplice riflesso di luce”, di una “semplice corrente di superficie”, di “semplici onde” ecc. Io, invece, volevo immergermi nel profondo della vita del mare che, lo ripeto, per me era un dato di fatto: quel che cercavo erano le forze segrete della vita interiore mediante le quali si produceva un dato fenomeno. Invece gli adulti trascinavano il fenomeno alla superficie, sostenendo che fosse quanto mai semplice ed esteriore. Preferisco sapere che non è semplice e che non è casuale. Di questo sono più che convinto. E vi prego di dirmi quale posto occupa questo “non semplice” tra le altre peculiarità del fatto primario, tutt’altro che semplice anch’esso» .

Potremmo dire che tra lui e il mondo degli adulti c’era un muro di incomprensione , un muro altissimo, tanto alto da coprire addirittura la sua sensibilità illimitata. Quello che cercava Florenskij era, per usare le parole di Schopenhauer, il “che” del fenomeno, la sua volontà tendeva sempre alla profondità, il suo istinto andava giù in verticale, e, come una calamita dei perché, era attratto dalle essenze, più che dalle superfici dei “come”. Ma, a questo proposito, per una comprensione adeguata, è opportuno ascoltare ancora le sue stesse parole: «per tradurre i miei pensieri di allora in un linguaggio successivo – e so di trasmettere fedelmente il nocciolo delle mie sensazioni e dei miei confusi pensieri – ricorrerei a un esempio. Domanda: “vedo un uomo; la sua vita per me è un dato di fatto. Senza negare quel fatto, dunque, spiegatemi perché egli, senza motivo alcuno, prima rideva, mentre ora si è incupito. Ditemi, dunque: quali impressioni o pensieri hanno causato il moto del suo viso?”. Mi risponderanno più o meno così: “un impulso trasmesso lungo le terminazioni nevose ha dato luogo a una contrazione di determinati muscoli”. Sarebbe, però, una risposta che andrebbe a negare la domanda stessa sul senso del fenomeno. Poiché è ovvio che io non dubiti che il sorriso di quell’uomo esprimesse un qualche suo moto interiore. Allo stesso modo recepivo le risposte degli adulti sul senso di tali e altri fenomeni della vita del mare. Io, naturalmente, restavo della mia idea e cercavo di farmi strada da solo tra di essi» . Al piccolo Pavel non interessavano le “spiegazioni di superficie”, (potremmo forse chiamarle così), lui voleva piuttosto entrare dentro i fenomeni, estrapolandone i noumeni, cioè il senso di cui sopra: il “che”. Proprio di noumeni parla infatti Florenskij riferendosi, in una lettera del 24 giugno 1910, a delle perle stupende che avevano catturato inevitabilmente la sua attenzione sempre vigile: «nella mia coscienza di bambino esse erano noumenali.

E il noumeno delle perle si fondeva con il noumeno del mare, rammentandone i sassolini, le conchiglie, la sua acqua ora azzurra, ora verdazzurra, ora verde» . E, continuando, Florenkij si chiede addirittura se anche i veneziani avessero avuto, come lui, il dono di quelle speciali percezioni del mare: «e mi viene da chiedermi se non sia stata questa percezione del mare a dare ai veneziani, marinai essi stessi, l’arte di quelle perle, tanto prossima a quanto il mare produce di suo» . Questo suo inevitabile e incessante desiderio di conferma da parte delle persone che vivono nel suo stesso mondo, pur non vedendolo allo stesso modo, richiama, come già detto, il tema del dramma della solitudine del genio, il piccolo Pavel infatti non riesce a capacitarsi di come gli altri non vedano ciò che lui vede. Questa mancanza di conferme ricorre in diverse occasioni nel corso dell’opera, soprattutto da parte del padre, il più “scientifico” dei familiari. Egli infatti, non poteva certo corroborare le tesi del figlio, le quali scavalcavano continuamente la fisica, per andarsi ad immergere nella bellezza della materia più che nelle sue leggi: «mediante quelle perle, per loro tramite, la materia del mondo mi insegnò ad amarla, ed ad ammirarla. E io la amai. Non la materia dei fisici però, non gli elementi della chimica, non il protoplasma della biologia, ma la materia stessa, con la sua verità e la sua bellezza, e con la sua integrità. Sentivo con trepidazione che le perle di quel veneziano e contrabbandiere non erano solo belle, ma splendide, come splendido è tutto ciò che è autentico» .

La bellezza dunque giocava un ruolo non indifferente nella sensibilità del giovane Florenkij, il quale la coglieva ovunque, come se il reale stesso, fosse bello interamente, nella visione del mondo di questo pensatore infatti è difficile trovare giudizi negativi su ciò che appare, né tanto meno su ciò che è: «l’essere è il bene e il bene è l’essere» . E’ molto interessante a tale proposito la reazione alla poesia del piccolo Pavel, forse addirittura uno dei suoi primi incontri con essa, data la sua giovane età. In una lettera dell’aprile 1923 emerge chiaramente la sensibilità estetico-ontologica di un bambino rapito dalla bellezza di un verso, dalla musicalità del linguaggio poetico, “la lingua degli spiriti”, sempre traboccante di significati, soprattutto per chi sa “vederli”. I significati infatti, soprattutto quelli che “volano via” dalle poesie, non vanno capiti ma “sentiti” o visti nella loro straripante bellezza: «non ci capivo nulla, ma sentivo forte e chiaro che era il fulcro di tutto quanto c’era di bello, che era il polo centripeto di tutte le manifestazioni della bellezza che altrimenti mi estasiavano singolarmente nel mondo circostante» . E ancora, a proposito questa volta della genialità: «Particolarmente significativa mi pareva una parola in cui, non senza fondamento, intuivo l’apice della fascinazione: “Kak mimoletnoe viden’e, kagèni [kak gèni] čistoj krasoty” (“Come visione passeggera, cogenio [come genio] di pura bellezza”). E non solo non sapevo che cosa significasse quel “kagèni” (cogenio), ma neanche mi sforzavo di scoprirlo, perché sentivo che non c’era spiegazione in grado di migliorare la mia comprensione di quel geroglifico che andava oltre ogni misura terrestre e oltre ogni terrestre comprensione della bellezza. “Kagèni” era il simbolo dell’infinità della bellezza, e qualunque chiarificazione avrebbe solo indebolito l’energia di quella parola» .

Un bambino “non ha bisogno” di comprendere in modo razionale, infatti lui usa altri mezzi per accaparrarsi i significati, mezzi sovra-umani verrebbe da dire, in quanto il bambino vede al di là del visibile e comprende ciò che è, per sua natura, al di là del comprensibile: «la perfezione artistica della poesia, della musica e via dicendo non consiste forse nel fatto che il loro contenuto sovralogico supera incommensurabilmente, pur senza distruggerlo, quello logico? In quanto lingua degli spiriti, essa è accessibile alla percezione ancora non raziocinante di un bambino molto più che a quella di un adulto» . Il bambino è, in pratica, esente dal “peccato di pensare”, i bambini infatti, come afferma il filosofo «conoscono solo il si e il no» , cioè non soppesano, tramite la ragione, le differenze del reale, ma lo contemplano direttamente dal punto di vista delle cose, cioè come da dentro di esse, non conoscono infatti schemi mentali, né sanno cos’è l’errore. Un tale atteggiamento non può che rivelarsi come il più vincente nell’ambito speciale della meraviglia, che spiana la strada alla ricerca del vero: l’infanzia infatti «non conosce timori, non teme giudizi, e si pronuncia spassionatamente e incorruttibilmente; essa emette la sua sentenza con la ferocia della verità» . Il mondo non viene “analizzato” ma “colto” nella sua peculiarità più rappresentativa: la vita stessa. Florenskij stesso infatti non esita ad ammettere: «il mondo viveva e io comprendevo quel suo vivere» .

4. La conoscenza estetico-ontologica: percezione mistica del mondo

A questo punto sorge un dubbio che mi sembra opportuno considerare: chi comprendeva meglio la realtà, il Florenskij filosofo, laureato in matematica e all’Accademia teologica o il “piccolo mago” Pavel, immerso nel mondo che per lui era fiaba? Il Florenskij maturo aveva dalla sua un sapere quasi sterminato mentre il Florenskij bambino godeva di una percezione del reale assolutamente fantastica, in cui dominava la preminenza delle cose sullo spazio, fattore che determinava un contatto più intimo con esse, una connessione più vicina e dunque una comprensione “frontale” più che “prospettica”. Non esiste infatti una distanza tra il soggetto e l’oggetto poiché essi entrano per così dire in comunione, dal momento che il bambino scende letteralmente dentro le cose, riuscendo a guardarle come se avesse un microscopio, mentre l’adulto deve servirsi di mezzi esterni e dunque, soprattutto, lontani dalle cose stesse. Il metodo scientifico è uno di questi mezzi, ma sentiamo comunque lo stesso Florenskij a questo proposito: «Nella percezione infantile la preminenza delle cose sullo spazio rende il mondo di gran lunga più articolato di quanto lo sia per un adulto. […] La comprensione scientifica del mondo fiacca la differenza esteriore tra i fenomeni, rendendoli estranei l’uno all’altro persino quando essi sono qualitativamente identici, così che il mondo, privato di una vivace varietà, non solo non si unifica, ma al contrario si disperde. La percezione infantile supera la frammentazione del mondo dal di dentro.

E’ dal di dentro che si afferma l’unità sostanziale del mondo, dovuta non al tale o al tal altro segno generico, ma percepibile senza mediazioni quando l’anima si fonde con i fenomeni percepiti. Si tratta di una percezione mistica del mondo» . Una percezione dunque che guarda ogni singolo fenomeno nella sua unicità e nella usa essenza stabilendo con esso un rapporto di reciprocità nella consapevolezza della comune appartenenza a qualcosa di superiore che “integra” ed avvalora entrambi. Anche se il bambino guarda all’oggetto nella sua unicità, completamente slegato dalla realtà circostante, egli in realtà, indirettamente e forse inconsapevolmente, lo vede anche dentro un’unità più grande che lo ri comprende, come una nota in una sinfonia o come l’onda nel mare . «I bambini insomma, guardano e ragionano in modo “ontologico”, e perciò la loro percezione del mondo si esprime in un tipo più alto di conoscenza: la “conoscenza interiore”. Grazie a una tale conoscenza, che presuppone la capacità di saper unire la propria anima alla vita che scorre sotto il volto esteriore di ogni cosa, il bambino – spiega Florenskij – è in grado di intravedere e di sperimentare un’ “unione sostanziale del mondo”» . Il bambino Florenskij in pratica intuiva prima di capire, e solo dopo aver intuito allora egli capiva anche, questa è la conoscenza mistica della realtà: «Sin dall’infanzia era quanto mai vivo in me il presagio, l’intuizione dell’esperienza da certe sue piccole manifestazioni, e bastava un qualunque segno ambiguo e vagamente percettibile perché nel mio pensiero si formasse da sola un’immagine dell’intero assai più vivida e artisticamente compiuta di quanto fosse la realtà stessa. Io intuivo l’immagine della realtà; in questo, e in nient’altro, era da rinvenire la mia predisposizione per le scienze esatte: intuivo prima di sapere, presentivo prima di avere un’esperienza diretta, perciò potevo dirigere scientemente le mie ricerche e la mia investigazione nella direzione che già conoscevo» .

In conclusione dunque, a quanto pare, il bambino, oltre che un genio è anche un mistico, o forse è genio proprio perché mistico e viceversa, le due “qualità” infatti sembrano richiamarsi e interscambiarsi costantemente in questa sorta di percezione noumenale del mondo: «il segreto dell’attività creativa sta nel conservare la giovinezza. Il segreto della genialità, nel conservare l’infanzia, la disposizione d’animo dell’infanzia per tutta la vita. E’ proprio questa disposizione che dà al genio una percezione obiettiva del mondo, non centripeta, una sorta di prospettiva rovesciata del mondo, e per questo motivo tale percezione è integrale e reale. La percezione illusoria del mondo invece, per quanto splendente e chiara possa essere, non sarà mai definita geniale. Infatti l’essenza stessa della percezione geniale del mondo sta nella capacità di penetrare nel profondo delle cose, mentre l’essenza della percezione illusoria sta nel nascondere a se stesi la realtà. Le figure più tipiche della genialità sono Mozart, Faraday, e Puškin: essi sono bambini per la loro forma mentis, con tutti i pregi e difetti che da ciò derivano» . Credo che queste parole rappresentino una breve summa concentrata della sua visione del mondo con particolare riferimento alla genialità del bambino; quello di Florenski sembra quasi essere un monito, un consiglio che il filosofo vuole dare al mondo intero: rimanere bambini o, semmai, ridiventarlo, questa infatti sembra essere la chiave di comprensione della realtà, migliore di qualsiasi altra. Essa infatti si avvale dell’arma più micidiale che possa esistere, e non solo nel campo della conoscenza: la genialità. In conclusione, il bambino, del reale, non butta via niente, cogliendolo nella sua interezza, la quale comprende anche, e soprattutto, il ruolo decisivo svolto dal mistero, completamente snobbato dal mondo degli adulti, un mondo fatto di dati empirici, sempre e solo relativi al “mondo visibile”: «alla figura del bambino Florenskij contrappone quella dell’adulto, sinonimo di una conoscenza frammentaria, empirica e meccanicistica della realtà del mondo, munita di una logica che spoglia la vita di ogni traccia di mistero» . Al contrario «il bambino possiede formule metafisiche precisissime su qualsivoglia trascendenza, e quanto più forte è il suo senso dell’Eden, tanto più determinata è la sua conoscenza di tali formule» , e ancora: «tutto il mio sapere sulla vita si era formato nelle mie primissime esperienze, e quando la coscienza le rischiarò le trovo completamente formate, terreno ubertoso che attendeva solo condizioni propizie per darne frutto» . Ciò è possibile solo ed esclusivamente in virtù di quell’intima relazione d’amore che Florenskij aveva con la natura, verrebbe da dire anche in questo caso, una relazione tra due “anime nude” , poiché il rapporto tra di esse è un rapporto tra due esistenze (apparentemente) separate che però sentono un’affinità travolgente l’una nei confronti dell’altra.

Lucio Giuliodori

 
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