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La metafisica integrale di Pavel Florenskij |
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Pavel Florenskij, o il “Leonardo da Vinci russo”, fu un grandissimo pensatore del primo Novecento, il quale passò gli ultimi anni della sua vita nei campi di concentramento del nord della Russia per poi venire fucilato per via di una colpa intollerabile agli occhi del regime: essere un intellettuale di spicco nel panorama culturale russo del suo tempo. Egli elabora la sua originale Weltanschauung alla luce di una filosofia che si impone subito per la particolarità della sua ampiezza: egli fu un grande filosofo della scienza, fisico, matematico, ingegnere elettrotecnico, epistemologo, e nello stesso tempo fu un filosofo e un teologo, un teorico dell’arte e di filosofia del linguaggio, uno studioso di estetica, di simbologia, di semiotica, di antropologia e di politica. La volontà di comprensione del reale non si esaurisce e non si limita nell’ausilio di una sola disciplina ma piuttosto tutto, in Florenskij, concorre alla tensione verso il vero. Florenskij non predilige un particolare ambito del sapere, poiché è convinto che tutti, ognuno di essi, in virtù dei mezzi che gli sono propri, partecipi a quest’avventura gnoseologica, vissuta sempre in modo tanto onesto quanto coraggioso. Nello studio dell’opera florenskiana, tante sono le tematiche di rilevante interesse, in questa sede mi piacerebbe richiamarne alcune: la gratuità del bene, il simbolismo, il rovesciamento della “prospettiva” kantiana, la quadrimensionalità del tempo, il sogno e infine la magia della parola. Cominciamo dal concetto di “bene”. Secondo Florenskij tutto ha valore e niente si perde, le azioni sono come note che una volta suonate iniziano a espandersi, a vivere sotto forma di suono, un suono, che secondo Floresnkij, non finisce mai. Il lager, per il filosofo, rappresenta un luogo ideale per mettere in pratica questa convinzione: nell’ambito di un’enorme concentrazione di male infatti, il bene emerge e risplende in tutta la sua maestosità. Proprio come i primi raggi del sole annullano di colpo il buio della notte, i gesti e le parole di Pavel Florenskij annullavano la sofferenza donando gratuitamente insperati sorrisi. Il bene in Florenskij è una vera e propria “forza”, che lo spinge ad essere fedele al vero, preferendo il lager all’esilio e, infine, preferendo l’autocondanna piuttosto che la morte di altri detenuti, che per altro lui nemmeno conosceva. Per quanto riguarda il rovesciamento della prospettiva kantiana, il filosofo denuncia quella che Graziano Lingua definisce l’illusione dell’ Occidente: la spiritualità florenskiana si contrappone all’aridità tipica del pensiero occidentale moderno, quel pensiero basato sulla consapevolezza che il soggetto, ed esso solo, può sostenere il peso della verità attraverso schemi e leggi dettati dalla ragione a lui connaturata. Grazie alla modernità, secondo Florenskij, si instaura una fatale lacerazione tra il soggetto conoscente e la realtà conosciuta perdendo così quel senso di forte unità che nella cultura antica garantiva una comprensione della radice ontologica dei fenomeni, i quali invece nell’ambito dell’era moderna si avvolgono nell’inquietante silenzio frapposto tra essi e il soggetto conoscente. Secondo il pensatore russo, la modernità ha reciso le fibre noumenali della realtà preferendo ad esse lo studio del mero fenomeno, ossia preferendo l’esteriorità di una riflessione orizzontale all’interiorità di un pensiero verticale che va dalla fisicità del mondo visibile sino all’ulteriorità di quello invisibile. L’uomo antico faceva dell’accettazione del reale, così come già è, il principio primo su cui basare l’esistenza, in questa maniera egli accettava e riconosceva «ogni genere di realtà come un bene, perché l’essere è il bene e il bene è l’essere», ecco perché secondo Florenskij, il suo atteggiamento era del tutto obbiettivo e mai prospettico. Molto importante nello studio delle tematiche florenskiane è il concetto di simbolo: «Colui che conosce e l’essenza conosciuta si uniscono nell’atto della conoscenza in una bi-unità indivisibile che non si fonde»: il simbolo è questa unità. Il simbolo è il fondamento spirituale dell’esistenza, è trasparenza e contatto con un altro mondo, è la sintesi vitale della conoscenza. Esso dunque non va inteso in senso psicologico-allusivo, ma ontologico-realistico, in quanto esso è il “non luogo” della verità, è l’invisibilità che accade. Per Florenskij l’idea si incarna, il simbolismo dunque garantisce uno spessore esistenziale alla filosofia florenskiana, garantisce cioè “concretezza”: i simboli sono «spazi privilegiati di manifestazione energetica perché sono le forme principali dove l’attività conoscitiva dell’uomo incontra il rivelarsi degli strati profondi della realtà. Di essi si deve occupare la metafisica concreta». Dalla gnoseologia si passa all’ontologia, intesa come ambito in cui esiste il primato della manifestazione, dell’oggettivizzazione di un’unione finalmente manifesta. Che cos’è in sostanza che garantisce la veridicità di questa forma incarnata? La sua duplicità ontologica, il suo essere al tempo stesso finita e infinita; per Florenskij infatti è realmente possibile salire dal reale al “più reale”, è realmente possibile non perdere la fisicità pur trascendendola. Florenskij cioè, grazie al simbolo, riesce a garantire e anzi, ad aumentare valore ontologico alla corporeità delle forme in cui l’invisibile si manifesta. Se in Platone esiste solo un cammino dal basso verso l’alto, poiché la verità sta esclusivamente al di fuori della caverna, se cioè Platone è costretto a contemplare la verità soltanto alla luce del sole, dopo cioè essersi sbarazzato della “oscura” fisicità della caverna, in Florenskij, potremmo dire, non esiste nemmeno un vero e proprio cammino. Nel simbolismo florenskiano infatti, non esiste l’Idea del tutto trascendente senza nessun legame con la concretezza del vissuto, Florenskij cioè non rinuncia alla “carne” del simbolizzante per cogliere la verità del simbolizzato. Il simbolo, non solo “segnala” il simbolizzato, cioè l’ulteriorità, ma nello stesso tempo la incarna divenendo esso stesso ciò che simbolizza in un imprescindibile unione di due strati di realtà, quello inferiore e quello superiore, che non perde la sfera spazio-temporale, ma anzi la riguadagna e nel modo più concreto: l’inferiore è qui permeato dal superiore nell’unità di una conoscenza più reale.La concezione del tempo ben si inserisce nell’orizzonte di questa riflessione e più in particolare la memoria come simbolo dell' eternità, la verità come eterna memoria e il tempo come eterno presente. Florenskij, grazie al concetto di “quadrimensionalità”, riesce a trascendere il tempo stesso, andando al di là delle sue due “inesistenti” suddivisioni: passato e futuro. Il tempo infatti esiste solo da una prospettiva “quadrimensionale”, quella cioè dell’eterno presente, nella quale i ricordi assumono la veste di simboli dell’eternità e la percezione di essi è una percezione non psicologica ma mistica. Il ricordo è «un qualcosa di passato che però a noi è dato nel presente in cui parliamo. Insomma, un momento passato del tempo deve essere dato non solo come passato ma come presente; cioè tutto il tempo mi è dato come un “adesso”, perché io che guardo tutto il tempo datomi in una volta sola, sto al di sopra del tempo». I concetti di ricordo, memoria ed eternità sono in Florenskij particolarmente legati tra loro, gli uni sottintendono ed implicano gli altri: «la memoria è la presenza al tempo dell’eternità, intesa non tanto come tempo infinitamente protratto, ma come tempo concentrato nell’istante». La valenza della memoria è importante anche dal punto di vista gnoseologico, essa infatti è «l’attività con cui entriamo nella regione dello spirito e che rende autocosciente, cioè se stesso l’essere spirituale. Dobbiamo convenire che tutta la teoria della conoscenza è una teoria della memoria». L’uomo secondo Florenskij è eterno proprio perché ricorda: «la memoria ha sempre un significato trascendentale e in essa noi non possiamo non ravvisare il nostro essere transtemporale» e ancora: «il soggetto transtemporale della conoscenza, comunicando con l’oggetto parimenti transtemporale, estende nel tempo questa sua comunione, e questo è il ricordo». La concezione florenskiana del tempo è strettamente correlata al concetto di gratuità del bene: vivere il presente nella dimensione di una pienezza che lo supera, e superandolo lo invera, era infatti la scoperta florenskiana per ridare senso ad una temporalità messa seriamente in discussione, sgretolata dalla concretezza del male. L’intento di Florenskij, durante il suo periodo di detenzione era quello di «colmare ogni istante di un contenuto sostanziale, nella consapevolezza che esso, non si ripeterà più come tale». Molto interessanti, riguardo alla questione del tempo, sono le otto lezioni di Florenskij tenute al Vchutemas dell’anno accademico 1923/24 riportate nell’opera Lo spazio e il tempo nell’arte. Tali lezioni tra l’altro riguardano anche il tema della discontinuità, a partire dalla quale, Florenskij sviluppa la sua concezione della spazialità e della prospettiva, stabilendo delle relazioni tra lo spazio tridimensionale e quello “quadrimensionale”, mai riducibili ad un solo livello della realtà. Il simbolo ovviamente, in quanto luogo ontologico per eccellenza della relazione sostanziale tra i diversi piani del reale e della loro compenetrazione gnoseologica, rappresenta la capacità transitiva di mettere in collegamento due (o più) livelli di realtà. A questo proposito mi sembra opportuno fare riferimento al tema del sogno: “altro” luogo d'incontro tra visibile ed invisibile nel tempo "capovolto". Il tema del sogno in Pavel florenskij è di assoluta originalità, tutte le tematiche riguardanti la soglia tra i due mondi, sembrano trovare nel mondo onirico, la loro più perfetta dimora ontologica. Nel sogno, secondo Florenskij, si esperisce una dimensione temporale che si rovescia su se stessa e permette all’individuo di vivere esperienze che, sebbene dal di fuori sembrano durare solo qualche ora, nel sogno stesso possono durare anni e addirittura millenni. Nel sogno le cause si scambiano “teleologicamente” con gli effetti e il futuro si scambia col passato generando quello che il filosofo chiama il tempo “capovolto”, mutuando la concezione di Karl Duprel del tempo “istantaneo”. «Questo sogno si svolge come rovesciato rispetto a ciò che ci aspetteremmo stando al tempo kantiano», questo sogno cioè, a coloro che si sono “capovolti” su se stessi, permette di giungere «al centro del mondo spirituale che è più autenticamente reale di loro stessi. Sì, questo è reale nella sua essenza – non è un qualcosa di completamente diverso rispetto alla realtà del nostro mondo ma è il medesimo essere che può essere contemplato dall’altro versante da coloro che all’altro versante sono passati». Il sogno dunque, non è qualcosa di completamente diverso dalla realtà ordinaria, esso rappresenta semplicemente quella stessa realtà vista da una prospettiva diversa. L’ultima tematica su cui vorrei soffermarmi è il connubio di magia e misticismo nell’ambito dell’energia della parola. Secondo Florenskij «la parola è magica ed è mistica», in quanto essa «quale termine intermedio fra mondo esterno e interno, è un’entità anfibia, che vive sia nell’uno sia nell’altro, intesse specifiche relazioni tra questo e quel mondo». E’ interessante la comprensione di questa duplice valenza mistico-magica della parola: «compito nostro sarà dunque rilevare la possibilità, e anzi la probabilità dell’effetto magico della parola, nella prospettiva di mostrarne anche l’effetto mistico». E’ essenziale, secondo il filosofo, considerare il valore magico della parola e «del suo effetto sovrarazionale sulla coscienza, sull’anima e sul corpo; di più: sull’intera natura dell’uomo», infatti le energie occulte della parola, di cui parla Florenskij «hanno dei tratti non distinguibili che appartengono sia alla sfera psichica sia a quella fisica». Una di queste energie occulte, l’od, è ciò per cui la parola diventa un concentrato della volontà umana: «Infine, occorrerà ricordare che la massa d’aria che forma la parola si origina direttamente dai punti di concentrazione del nostro fisico e che viene nutrita e permeata dall’od nella misura in cui ciò è possibile a un certo organismo in una condizione di massima attenzione interiore. […] Tutto ciò che sappiamo della parola ci conferma in quale alto grado essa si carica delle energie occulte della nostra essenza: energie che vengono immagazzinate nella parola e che con ogni uso della parola ulteriormente si accumulano. Tra gli strati del semema si trovano depositate riserve inesauribili di energia, flussi di energia di milioni di labbra vi sono confluite». La filosofia del linguaggio di Pavel Florenskij va decisamente al di là delle disquisizioni occidentali e sembra piuttosto richiamare tematiche decisamente orientali, quali ovviamente quelle legate ai mantra. In conclusione l’originalità di questo pensatore risiede nel concetto di “integralità” della conoscenza: Florenskij usa tutto il suo sterminato sapere per cercare di cogliere il vero da prospettive diverse (filosofiche e scientifiche), prospettive che scavalcano le soglie e i confini, sia quelli occidentali che quelli orientali, sia quelli visibili che quelli invisibili.Lucio Giuliodori |
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