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04/01/08: pubblicato un mio

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Pavel Florenskij: l'estasi del reale e la magia della parola. PDF Stampa E-mail


1. “Niente si perde”

Pavel Florenskij, fu un uomo che ha spasmodicamente amato le sue idee fino alla fine, quasi esse fossero vive, quasi fossero le sue membra, e il raccontarle, nell’orizzonte che sfuma il suo percorso esistenziale, rappresenta la sfida, l’ultimo grido, il respiro stesso di esse, quali forme parlanti.
La scrittura infatti è tutto ciò che rimane ad un uomo privato di tutto, della sua vita stessa.
Florenskij infatti, trascorse diversi anni nei campi di concentramento sovietici. Poteva scegliere l’esilio, come tanti altri intellettuali del resto, ma lui no, lui scelse di dichiarare apertamente la sua visione del mondo, a costo di morire.
Le innumerevoli lettere che scrisse ai suoi familiari, raccolte nell’opera Non dimenticatemi, rappresentano la sua sensibilità messa a nudo, l’ultimo brandello della sfida di un filosofo.


Tramite quelle lettere, egli respira, affannosamente certo, ma per lo meno sopravvive, esse lo mantengono in vita. Proprio come l’acqua fa galleggiare i corpi, quelle lettere fanno emergere le idee: non tanto il sapere quanto il sentire. La vita innanzitutto, nelle sue più diverse sfaccettature ma anche la morte ovviamente, sempre più prossima, sempre più adiacente a quel soave “cantare”.
A chi si rivolge Florenskij? Ai suoi figli, alla moglie ma in realtà il suo cuore si apre al mondo intero, lui direbbe: all’ “Energia della Natura”. Possiamo accorgercene leggendolo, possiamo sentire l’eco lontana, insanguinata ancora, ma viva pur tuttavia, in virtù del suo valore, in virtù della sua forza: una forza che rimane, perché universale, perché intrinsecamente illimitata.
Il bene. La verità. L’amore verso tutto ciò che anela ad essi, che è in essi, è ciò che muove i passi del filosofo nel suolo di ghiaccio delle isole Solovki, nella consapevolezza che nulla si perde ma tutto rimane. Il significato del bene, è nella sua gratuità: La ferma convinzione che al mondo niente si perde, né del  bene né del male, e prima o poi questo bene o questo male lascerà la sua impronta, segna profondamente la sensibilità del filosofo il quale è convinto che «ciò che è immagine del bene e ha valore rimane, anche se noi cessiamo di percepirlo» .
Il bene non finisce, non si esaurisce, ma rimbomba tra cielo e terra, tra la vita e la morte. Questo congenito straripamento costante, lo ripropone come uno specchio, lo richiama e lo rinnova, creando una linea dritta, stabile, ininterrotta.


La vita di Florenskij è una vita che rincorre il bene, sino a confondersi in esso, sino a diventarlo. Come afferma Natalino Valentini, «a stupire i contemporanei non è soltanto la sua sterminata opera, che attraversa le molteplici forme dello scibile, con singolare competenza e padronanza dei più svariati registri formali, ma soprattutto la sua vita, l’integrità umana e spirituale della sua persona»
Poiché il bene si eterna nel tempo, la sua gratuità, implica la tematica dell’eterno presente . E’ importante considerare la concezione del tempo, poiché la scrittura in Florenskij, diventa memoria. La memoria di sé, di tutto ciò che, attraverso le lettere, il filosofo, riesce a trasmettere, ad insegnare e ad amare. E’ tramite la scrittura che Florenskij ama i suoi cari, la scrittura diventa quindi il tunnel in cui scorrono i sentimenti, i pensieri, i dolori di una vita che scorge la fine ma che ha il coraggio di rimanere salda, presente a se stessa, inestimabile. Memorabile.
Secondo il filosofo, la memoria è un “eterno presente”: attraverso essa il passato continua ad esistere,  ad agire (nel presente) seppure l’uomo non ne è sempre consapevole. Il ricordo è «un qualcosa di passato che però è a noi dato nel presente in cui parliamo. Insomma, un momento passato del tempo deve essere dato non solo come passato ma come presente; cioè tutto il tempo mi è dato come un “adesso”, perché io che guardo tutto il tempo datomi in una volta sola, sto al di sopra del tempo» .


In  Florenskij, il passato non muore ma diventa memoria, memoria scritta potremmo dire, memoria vivente.
Il celebre pensatore si appella alla scrittura: la parola è tutto ciò che gli rimane per ricordare, cioè per rimanere nel presente, per essere.
Nel contesto epistolare, i ricordi della sua famiglia, ormai persa, sono dei ricordi vissuti in maniera intensa. Seppur Florenskij provava, tramite la scrittura, a ricordarsi, a presentarsi alla memoria, il dolore che riempie i suoi giorni, inesorabilmente lo sfinisce, sbiadendo sempre più la distinzione stessa del tempo, da cui, a volte, il filosofo, sembra staccarsi del tutto: «Ho perso il ritmo dei giorni e delle notti e il tempo passa come una striscia ininterrotta e ininterrompibile» . La sensazione di non appartenere più al fluire degli eventi, come se egli esistesse al di là di essi, sempre nella realtà ma senza essere nel tempo, cresceva drammaticamente giorno dopo giorno, attimo dopo attimo.


L’unica salvezza, era vivere il presente nella dimensione di una pienezza che lo supera, e superandolo lo invera, ridando senso ad una temporalità messa costantemente in discussione dalla concretezza del male, minuziosamente sgretolata in ogni istante di realtà.
Tutto ha valore, niente si perde, nessuna azione, nessun pensiero. “Tutto scorre” invisibilmente, su quella linea dell’eterno presente che dà senso al passato riempiendo il futuro.

 


2. L’estasi della vita come collezione di attimi rari

 

Tramite le lettere scritte dalle “Isole della paura” , il filosofo tiene accesa una luce  accecante: quella della conoscenza, che per Florenskij scorre ineluttabilmente sulla  “zona” privilegiata, cioè la “porta regale” o “luogo del confine”in cui inferiore e superiore si toccano e toccandosi si svelano.
Pavel Florenskij, ha abitato questo luogo sin dalla sua primissima infanzia, come lui stesso ci racconta attraverso le sue splendide lettere che formano il corpus dell’opera Ai miei figli: una fantastica collezione di memorie, una delle più belle opera florenskiane tradotte in italiano.


In tale opera, il filosofo racconta ai suoi figli la sua infanzia incantata, il suo costante trasognare, la sua sensibilità fuori dal normale, la sua naturale tendenza all’estasi, all’ebbrezza, la sua mistica congenita. Egli, consapevole di essere prossimo alla fine, vuole presentare ai suoi figli  la primavera della sua vita, come per “fermarla nel tempo”, vuole ricordare alla giovinezza dei figli, la sua giovinezza.
In queste pagine, più che in altre, traspare indiscutibilmente il genio di Pavel Florenskij, la sua fantasia, la sua poesia, la sua “fiaba”. Queste infatti, come asserisce anche Natalino Valentini, sono «pagine pervase da una sensibilità estetica acutissima, che testimoniano l’incontro fecondo tra sentire, pensare e amare, la partecipazione dinamica di tutti i sensi alla conoscenza viva dei misteri della natura e del loro in attingibile splendore: “Il bello era pervaso d’aria e di luce, era soave e mi era misteriosamente affine. Lo amavo teneramente, estasiato sino a sentirmi mancare il respiro, fino a dispiacermi di non poterlo accogliere dentro di me e di non potere, io, entrare in lui”.


Per altro verso queste memorie si avvicinano al genere letterario della “confessione”, divenendo naturale luogo di incontro tra intuizione ed esperienza, filosofia e poesia, verità e vita» .
Mistero, magia e bellezza sono i cardini centrali, della “fiaba” che il filosofo, tramite le lettere, racconta ai suoi figli, invitandoli ad esperire il mistero della natura. Florenskij si è sempre sentito - e si è sempre trovato - nell’intersezione dei due mondi: visibile e invisibile. Di questo né è convinto anche un illustre studioso quale Lubomir Zak: «già dai primi anni di vita egli godeva e profondamente respirava l’aria pulita e idilliaca di queste due realtà, sperimentando nello stesso tempo una stretta unione esistenziale tra questi due mondi ».
A conferma di ciò, le celebri parole di Elemire Zolla: «soltanto Florenskij, in tutta la filosofia europea sa formulare la natura del “mondo intermedio”» .


Tutta la vita del filosofo fu, praticamente, una collezione di attimi rari: Pavel Florenskij vedeva costantemente ciò che altri non vedevano, «ed infatti non mancavano le occasioni nelle quali il piccolo Pavel poteva “infilarsi” silenziosamente con il proprio animo sotto la superficie dei fenomeni, dove il “misterioso buio” cominciava a schiarirsi sempre più al punto che, sebbene per un breve istante, egli poteva intravedere dietro il mondo visibile un “altro mondo” » .
La sua intera esistenza era una visione costante, cioè una conoscenza-contemplazione, inspiegabile da parte del mondo degli adulti, incapace di vedere il mondo dalla prospettiva del mistero .

Gli attimi rari, che potremmo definire “vibrazioni superiori dell’essere”, incidono nell’interezza della sua persona, dalla sfera fisica a quella della coscienza: «Avevo, però, una sensibilità superiore, una vibrazione interiore mai doma di tutto il mio essere dovuta a misteriose sensazioni» . E ancora, in un’altra lettera del 15 aprile 1923, si legge: «pur saldo da un punto di vista psichico e nervoso, sono sempre stato impressionabile fino al visibilio, sempre rapito dai colori, dagli odori, dai suoni e, soprattutto, dalle forme e dai loro rapporti reciproci, tanto da non staccarmi mai dalla mia estasi. La gioia dell’esistenza, la sua pienezza e un interesse sempre vivo colmavano tutto il mio essere; ero sempre infervorato e in preda all’eccitazione. Ciò accadeva, lo ripeto, in forza delle mie impressioni e per una mia accresciuta attenzione verso di esse. Per me non esistevano percezioni placide; la mia mente non le contemplava, presa com’era da quanto esulava dall’ordinario».


L’estasi in Florenskij, diventa strumento conoscitivo per uscire da sé e penetrare le essenze delle cose, sprofondando dentro il reale, all’interno dei suoi stessi noumeni, celebrando finalmente un incontro regale con essi, incrociandone lo sguardo, cioè il volto del volto: l’idea .
E’ interessante riflettere sul costante istinto florenskiano di entrare nel “bello” e sulla possibilità (o volontà) di  rimanerci. Egli non è semplicemente attratto dalla bellezza del reale, ma rapito letteralmente per alcuni attimi, dimensioni o “luoghi” .
Tale tematica richiama alla mia memoria il principe Myskin, il quale vive quell’attimo per il quale “si potrebbe dare in cambio la vita stessa”, secondo le sue stesse parole. Un così caro prezzo può essere giustificato solo da un infinito valore, quello di un’esperienza in cui sparisce il tempo e trabocca l’eternità, provocando uno stato di gioia estatica. Una sensazione che, una volta provata, si avverte il bisogno di rivivere al più presto, costi quel che costi, perfino la vita intera.


In una lettera del gennaio 1924, il filosofo racconta una sconvolgente esperienza di uscita dal corpo, accaduta al valico di Utni, al confine tra la Rača e la Svanetija, che ben incarna e sintetizza il significato di attimo raro nella sua più totale pienezza: «Il cielo era di un blu profondo, quasi nero. Si aveva la sensazione di un’armonia perfetta. La mente si apriva in quell’estasi, e tra me e il mondo esterno non c’era più un confine definito. Così capita di solito a una grande altitudine: vuoi per l’aria, vuoi per qualcos’altro, si assiste a una fuoriuscita estatica oltre se stessi, a contatto con la Grande Ragione e perciò alla conquista della pienezza universale. Ci si sente compenetrati dalla gioia ultraterrena che qui scorre. […] Ogni preoccupazione ultraterrena è accantonata, e dentro di te scorre un ampio flusso di etere azzurro. In quel momento tanto varrebbe vivere o morire. Si prova una sensazione di grande leggerezza di tutto il proprio essere: il corpo non ha più peso. E’ una sensazione che si può paragonare solo a quando si sogna di volare, a quando è la volontà a far muovere il corpo. Non so che cosa indicherebbe una bilancia se mi pesassi in questo stato di estasi; nessuno ha mai fatto questo esperimento, ma non escluderei la possibilità di un’autentica levitazione, di una diminuzione di peso che anche la fisica ammette; ad ogni modo, se mai interesse a qualcuno, un tale esito dell’esperimento non mi meraviglierebbe. Là sui monti, ha luogo una fuoriuscita astrale da se stessi che, però, non ha nulla di doloroso e non contraddice l’ambiente circostante, come a valle, ma è, invece, legittima e gioiosa».

“Abitando il luogo del confine”, Pavel Florenskij, non esperiva, “semplicemente”, un contatto col divino, semmai lo ritrovava dentro di sé, sentendosi egli stesso un Dio: «“Io non nego Dio, ma anch’io essere umano sono un dio, e voglio disporre di me stesso”: questo era il senso delle mie emozioni. Lo ripeto, il non sentire in me il peccato e il vedere, così mi pareva, che quanto avevo attorno e dentro di me era immacolato, così come assoluto e compiuto era il nostro modus vivendi, rendevano l’idea della morte incompatibile con la mia coscienza. Circondato qual ero da nobiltà d’animo e palpitante di suoni interiori estatici, mi sentivo quasi in paradiso, e quel “quasi” distoglieva il mio sguardo dalla fugacità e dalla pochezza dell’esistenza tutta. Non potevo pensare a me come a una creatura insignificante; seppur piccolo, io ero un dio» .

 Le sue esperienze mistiche, che non prescindevano dalla fisicità ma anzi la inglobavano quale presupposto stesso di esse, in virtù di un ampliamento dei sensi medesimi, corroborano la sua congenita tendenza all’estasi, così ordinaria e abituale da eliminare la paura principe dell’essere umano, quella della morte, assecondano ed agevolando così una radicata consapevolezza di immortalità della coscienza.
Sono molti gli elementi che possono accostare il nome di Florenskij a tematiche di carattere prettamente esoterico, e altrettanto innumerevoli le analogie con la mistica e la religione Orientale. In una lettera, parla apertamente di illuminazione: «a voler parlare dell’intuizione primaria, la mia è stata ed è la misteriosa illuminazione della realtà da parte di altri mondi, il tralucere di altri mondi attraverso la realtà, che ci è dato di toccare, vedere, odorare, assaggiare – tanto è determinato – e che, tuttavia, rifugge da un’analisi definitiva, una fissazione definitiva, un definitivo “fermati attimo”» .

Per il giovane Florenskij il mondo era realmente una fiaba e tutta la realtà era da lui vista sotto un’ altra luce, quella che copriva “distanze invisibili”: «il mondo intero era una fiaba in alcuni punti nascosta e in altri svelata. Ma anche là dove la fiaba del mondo pareva assopita vedevo una finzione: essa aveva gli occhi socchiusi e sbirciava sorniona tra le ciglia» . E infatti «quel che va sotto il nome di leggi della natura mi è sempre parso una maschera temporanea. Altre forze dominano il mondo e altre cause – diverse dalla scienza – dirigono il corso della vita. Talvolta, però, queste forze e queste cause sollevano la maschera che hanno indosso e fanno capolino dalle crepe dell’ordine scientifico del mondo. […] Ed è lì che bisogna guardare, lì che bisogna tendere l’orecchio al mistero del mondo, pronti a cogliere l’attimo. Là dove c’è una deviazione dal consueto, è la che va cercata la confessione spontanea della natura. Sin dalla più tenera età la mia mente era attratta dai fenomeni inconsueti» .
Le malformazioni fisiche, la pazzia, i nani e i giganti, tutto ciò che esulava dalla normalità lo attraeva enormemente , per citare solo un episodio, basti pensare all’interessante effetto che una semplice ombra ha su di lui: «l’ombra che ora si allunga, ora diventa più corta, che si contorce e fa le boccacce, che accentua ora il naso, ora un orecchio, non va forse percepita come un essere autonomo e misterioso?» . E ancora, in un'altra lettera, sempre  a proposito dell’ombra: «nell’ombra intuivo una sorta di sosia dell’uomo, una sua parte integrante che egli aveva in sé o acanto a sé, ma che non era lui a dirigere, una forza e una fonte di movimento non sottoposta alla sua volontà e che perciò si ergeva come spettro di pazzia. E anche le cose avevano i loro sosia, ombre sinistre, silenziose, eleganti.
Il riflesso dello specchio mi pareva anch’esso un sosia. […]Il mio sosia speculare mi ripete, ma si finge solo un mio riflesso passivo, a me uguale; in un dato momento scoppierà a ridere di colpo, farà una smorfia, getterà via la maschera dell’imitazione e diventerà autonomo. Esso pare naturale, ma se lo sia davvero è una bella domanda, e per questo fa paura» .


  

 


3. La magia della parola

Il tema della scrittura in Pavel Florenskij, acquista ancora più interesse in relazione al significato stesso della parola: “principio metafisico dell’essere”. Secondo il pensatore, la parola ha una sua vita propria, essa infatti non è il significato ma la manifestazione, reale e concreta, del significato. La parola, in quanto “isotopo ontologico” , è energia condensata, concretizzazione energetica della volontà umana, in grado di modificare il reale in virtù della sua potenza, indiscutibilmente magica: «Ne è un esempio l’uso che si fa del nome nell’incantesimo o nell’esorcismo. Non esiste popolo primitivo che non abbia visto nella parola e nel nome una reale possibilità di intervenire nel mondo, anche se in modo misterioso ed occulto. Nelle parole dello sciamano il nome porta con se la presenza reale di ciò che viene pronunciato, fa essere ciò che viene nominato» .
Ecco perché il nome è il principio metafisico dell’essere, le sue potenzialità conoscitive, in quanto magiche, sono infinite : «Nella misura in cui il nome rappresenta il nodo di tutti gli incantesimi e di tutte le forze magico-teurgiche è comprensibile che la filosofia del nome sia la filosofia più diffusa e risponda alle aspirazioni più profonde dell’uomo. Anche una filosofia fine ed elaborata pone il nome come il suo concetto base, come principio metafisico dell’essere e della conoscenza» .

L’indagine riguardo la natura della parola, è, in Florenskij, particolarmente profonda ed articolata: «La parola è energia umana. […] Nella sua attività conoscitiva la parola guida lo spirito al di là dei confini della soggettività e lo mette in contatto con il mondo che si trova oltre i nostri stati psichici» .
Ciò avviene in virtù del superamento della dualità nell’atto della conoscenza, in cui soggetto e oggetto si mescolano insieme e diventano un’unità omogenea, la quale ha, per sua natura, due lati, uno interiore e uno esteriore.
La dualità è però solo apparente e si pone semmai solo ed esclusivamente nei termini di due facce, complementari, dell’essere stesso, cioè di un essere unico: «l’essere ha un lato interiore con cui è rivolto verso se stesso, nel suo non essere legato con tutto ciò che non è, e ha un lato esteriore che è rivolto verso un altro essere. Sono due lati che non sono solo accostati, ma sono originariamente una cosa sola, sono lo stesso identico essere, seppure con due direzioni differenti ». Le due direzioni sono relative l’una all’auto conferma, l’altra alla rivelazione, cioè alla sua oggettivizzazione, al suo manifestarsi concreto, al suo darsi nel mondo. Questo “darsi” avviene attraverso una forza della natura o potenza creatrice chiamata, tanto in ambito filosofico che scientifico, “energia”.
La parola, unisce «il soggetto conoscente e l’oggetto da conoscere, le cui energie unite la tengono insieme. […] La parola è un ponte tra io e non-io» . Da questo connubio, nasce un figlio, la conoscenza, che «è sicuramente più grande della somma dell'energia ontologica dell'autorivelazione dei due genitori» . In conclusione, «alla riflessione umana sulla verità appartengono infatti due concetti basilari: il concetto dell’entità e dell’essenza che dev’essere manifestata, e il concetto dell’energia, o dell’attività del manifestarsi» .

Ne Il valore magico della parola, si percepisce palesemente l’approccio esoterico, che il filosofo usa, per esplorare il prodigioso mondo del linguaggio: «personalmente non starei a difendere l’efficacia fisica della parola contro le suddette obiezioni, dal momento che nella mia comprensione del mondo non esiste affatto il fisico come tale, senza la penetrazione con l’energia spirituale e occulta. E sono dell’avviso che non il magico deve essere spiegato da cause fisiche, ma il contrario; ciò che ai profani appare come fisico dev’essere spiegato attraverso forze magiche» .
Ciò è possibile, sbarazzandosi della pesante eredità cartesiana. La separazione tra res cogitans e res extensa infatti, non permette di guardare all’uomo come una totalità, impedendo di cogliere gli intrinseci aspetti magici della parola: «se l’anima e il corpo non hanno nulla in comune, se l’uomo in senso proprio non è una totalità, allora tanto meno la sua parola può essere una totalità». Il non considerare la parola nel suo “essere totale” costituisce il primo e importante ostacolo «per la comprensione della magia della parola e del suo effetto sovrarazionale sulla coscienza, sull’anima e sul corpo; di più: sull’intera natura dell’uomo» , infatti le energie occulte della parola, di cui parla Florenskij «hanno dei tratti non distinguibili che appartengono sia alla sfera psichica sia a quella fisica» .
Il filosofo va ancora più a fondo quando afferma che «la parola in quanto prodotto della nostra essenza nella totalità è effettivamente il rispecchiamento dell’uomo » e, in quanto tale, essa presenta tre “momenti”: «il momento fisico-chimico che corrisponde al corpo. Il momento psicologico che corrisponde all’anima e il momento dell’od che corrisponde al corpo astrale» .

Ascoltiamo ancora Florenskij a proposito dell’od: «Infine, occorrerà ricordare che la massa d’aria che forma la parola si origina direttamente dai punti di concentrazione del nostro fisico e che viene nutrita e permeata dall’od nella misura in cui ciò è possibile a un certo organismo in una condizione di massima attenzione interiore. […] Tutto ciò che sappiamo della parola ci conferma in quale alto grado essa si carica delle energie occulte della nostra essenza: energie che vengono immagazzinate nella parola e che con ogni uso della parola ulteriormente si accumulano. Tra gli strati del semema si trovano depositate riserve inesauribili di energia, flussi di energia di milioni di labbra vi sono confluite» .
Il discorso sull’od  rimanda ad un altro importante concetto florenskiano, quello della personalità. L’energia dei milioni di labbra infatti sono infatti l’energia di milioni di “personalità”. Per comprendere meglio tale concetto, possiamo considerare una sua riflessione riguardo alle formule dei guaritori e le preghiere dei sacerdoti: «Una guaritrice, con le sue formule mormorate il cui significato nemmeno lei capisce, o un sacerdote che pronuncia preghiere parti delle quali sono a lui stesso incomprensibili, non sono affatto fenomeni assurdi, come superficialmente può sembrare. Non appena quella formula viene pronunciata, è indicata e fissata la relativa intenzione – il proposito di pronunciare la formula. Si stabilisce così il contatto tra parola e personalità, e dunque è compiuto l’atto più importante. Il resto viene da sé, in virtù del fatto che la parola già esiste come organismo vivente, con struttura ed energie proprie ».
Per concludere, Pavel Florenskij era un pensatore che usava la scrittura, in modo consapevole.

In seguito all’approfondimento sulla natura magica della parola, possiamo meglio comprendere il significato delle numerose lettere che il filosofo scriveva ai suoi cari, conscio del fatto, che quelle parole, in virtù della loro presenza energetica, potevano rappresentare, o forse essere, qualcosa di importante a cui guardare, qualcosa che sicuramente parlava dell’intimità del filosofo, qualcosa che lo rispecchiava interamente. Qualcosa che, magicamente, come un ombra o come un sosia, lo faceva apparire…


Lucio Giuliodori.

 
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