Numerosi ed illuminanti principi ermetici sono emersi durante l’ “incontro con l’autore” organizzato dalla casa editrice Midgard, sabato 10 febbraio 2007, presso la nuova libreria La porta, durante la presentazione del libro “Sogno dunque sono” di Lucio Giuliodori, tanto da condurre i partecipanti all’ evento, a riflettere su alcuni dei più imponenti interrogativi dell’ esistenza. Protagonista dell’ autentico ex-sistere è l’ uomo inebriato dal sogno: una vibrazione sottile ci induce a definire questa visione come un vero e proprio stato di coscienza diversificato dalla normale attenzione e non solo come fase onirica della psiche e letargica della mente: qui l’orizzonte delle percezioni si dilata, si comprende se stessi alla deriva nell’ oceano cosmico, alla guida di “vascelli vagabondi” che navigano su un fluttuante scorrere atemporale di suadenti bellezze.Queste estatiche esperienze affermano il sogno, più che il pensiero, come l’ autentico signore del significato e la descrizione dello statuto ontologico dell’ esistenza avviene con imperturbabile naturalezza: il noumenico ci si para innanzi invitandoci a coglierlo in tutta la sua potenza. Giungo così ad interpretare il mio essere come relazionato a nuovi mondi da abitare e a dimensioni molto più vaste della limitata realtà circostante; la solenne rottura dei chiavistelli della materia, consacra la vita che vive perennemente in bilico sul limite estremo dell’ esperienza, così da assaporarne tutto il valore crepuscolare: è un tuffo ipersublime nel blu profondo della coscienza che inebria la totalità dei sensi trascendenti. L’ irreale si affaccia quindi, sul nostro futuro disegnando percorsi di risveglio, per innalzarsi ad una esistenza sovrannaturale, rigonfia del nutrimento celeste che ci fa superare l’ oblìo della nostra vera dimora sublime ed ineffabile; “come in basso così in alto”, la trasmutazione alchemica e i segreti iniziatici dei sacerdoti zoroastriani ci hanno insegnato l’ arte regia del Solve et Coagula al fine di salire gli invisibili scalini della via verso la conoscenza: luogo sacro dove poter eseguire la nostra ultima danza suprema .Emerge quindi, l’ idea che non c’è un vero e proprio confine tra il mondo onirico e quello della veglia: il primo è molto più ampio, più autentico e più raffinato direi quasi integrale, mentre il secondo, più grossolano, ha qualche limite e un bel po’ di illusioni. Nella fase onirica dell’ esistenza troviamo un nuovo mondo da investigare, il mondo liberato dalle "catene" del tempo e dello spazio, dove un fluttuante “io”, vero, inossidabile ed eterno, prende pieno possesso del suo posto nell’ universo. Acquisendo piena coscienza di sé, avviene che il dormiente si risveglia dalla illusione del suo piccolo mondo e diviene consapevole della propria identità come essere sublime e divino che possiede un corpo delicatamente appoggiato sul suolo terrestre. Per operare tale trasmutazione è necessario superare consapevolmente, l’ illusione dello scorrere del tempo come un flusso preciso e regolare di secondi: “La diffusa manìa di ricondurre l’ ignoto a tutto ciò che è noto, calcolabile e classificabile, culla i cervelli nel vuoto dell’ illusione…” (Andrè Breton, Manifestes du Surrèalisme) Il tempo interpretato in senso non-lineare, ci fa superare la nostra condizione d’ impotenza sul passato, d’ ignoranza sul futuro e ci permette di considerare la sacralità dell’ istantaneo presente; dalle parole di Marcel Proust: “noi giudichiamo il passato mediocre e non più di nostra appartenenza, perché lo pensiamo…”, ma il passato non è questo ed è sempre e comunque “qui”.Sconvolgendo i normali piani spazio-temporali già la relatività ristretta e generale di Einstein aveva proposto un modello di universo in cui lo spazio-tempo poteva essere incurvato, alterato e anche annullato, ad opera di forze potentissime come la gravità o l’ interazione nucleare forte: ad oggi noi impariamo a conoscere anche altre forze altrettanto potenti che permettono d’ incurvare la quadridimensionalità spazio-temporale, come il potere evocativo della volontà e l’ immaginazione nella fase onirica del sogno; considerazioni al “limite” dell’ esperienza umana che indispettiscono di certo la visione kantiana dell’universo in funzione delle categorie di spazio e tempo, intuizioni pure e forme a priori dell’ intelletto. Dalle riflessioni proustiane emerge la teoria del "tempo creativo": la memoria spontanea o involontaria “è quella sollecitata da una sensazione e che ci fa rituffare nel passato… ".La ricerca di un tempo perduto è allo stesso tempo ricerca della felicità perduta: un riappropriarsi del tempo dello spirito secondo il modo creativo dell’ artista che attinge ai ricordi involontari la materia prima della sua opera. Il suo autentico simbolismo silenzioso disdegna le insufficienze del linguaggio comune e l’incanto del suo sortilegio nell’ immaginazione ci rende cocreatori del mondo, in compresenza di quella divina forza plasmante che permea tutto l’ universo. Il valore vitale di ogni singolo frammento d’ esistenza ci fa vivere la nostra vita stessa come opera d’ arte: noi siamo il capolavoro di noi stessi. Questa mistagogia intrisa di sospirante e trepidante eccitazione pervade anche il più microscopico relitto di questa rozza realtà per conseguire la felicità, come diretta conseguenza del vivere consapevole: liberare l' essenza delle sensazioni, sottraendole alla contingenza del tempo. L’ artista è l’ iniziato alla vita dalla meravigliosa sensazione di felicità di trasportarsi in una realtà extratemporale, per poter gioire fuori del tempo e nell' essenza delle cose.Come amava affermare Giorgio de Chirico: ”all’ artista è permesso spostarsi…”, ed egli attinge così le immensità presenti nella sua isola interiore, rigonfio giardino delle delizie. Al pari dello scienziato l'artista non inventa, ma scopre. Crea sincronicità, cioè processi di allineamento con altri mondi: dal flusso dell’ eterno coglie le idee da tramutare in forma. L’ arte della scienza e la scienza dell’ arte possiedono uno stesso compito ed è quello di cogliere nascoste corrispondenze: dipende da noi strappare il velo che tiene prigioniere le cose mascherate dalle loro finte spoglie materiali e portare la luce dell’ intuizione nelle zone oscure: questo incantevole stupore si chiama Arte. Nel gioire di questa condizione, come propone il libro “Sogno dunque sono”, l’ importanza del sorriso, sia esteriore che interiore, conduce l’ uomo ad uno stato di perenne eccitazione, libero dalle catene della vita comune e custode di pace interiore: non in modo statico, questa pace è vivida di dinamismo comico in cui non c’è più spazio per la tristezza e per la sofferenza in quanto si diventa completamente artefici della propria vita.C’è chi si risveglia all’ arte del sogno e chi si addormenta perennemente smettendo di sognare. Nella maggior ampiezza di questo nuovo universo, questo risveglio assume i toni di una rinascita, quella di un uomo nuovo, un uomo causativo e responsabile capace di mutare con il suo intento, un puro atto di volontà, sia il mondo onirico-astrale-trascendente che la realtà materiale-immanente: il potere della sua causatività (principio universale di causa-effetto), permette all’ uomo consapevole di determinare e modificare la realtà circostante, sia quella trascendente che quella immanente. Ecco che la vita si ridipinge come un fantastico gioco fra uomini liberi sempre e comunque: il potere della causatività e il valore della responsabilità sono le due prerogative dell’ uomo nuovo e risvegliato. Al contrario invece, colui che smette di sognare si arrende affermando la vita solo nelle sue avversità e non essendo più connesso con il mondo iperuranico, non può fare altro che addormentarsi sempre più: l’ uomo quotidiano è un piccolo lilliputziano bloccato negli stati catalettici di un vecchio babbano che si accontenta solo di scimmiottare i veri stati artistici della vita: la narcolettica atmosfera malsana dei perversi del quotidiano esala fetidi miasmi infernali che vorrebbe “guarire” tutti i malati di gioia riducendoli così alla nullità del loro stesso livello come le spoglie di un decrepito tamburlano.Un grigio alone di follìa collettiva, echeggia con il suono stridulo delle collezioni di immondizia rimasticata dalle mascelle dell’ industria. Ai fanfaroni della sobrietà tanto criticati da Baudelaire contrappongo il ruolo del fanfarone inziato, inteso come giullare della vita, un menestrello spirituale che evoca il più comico e delizioso stato estatico, vera droga celestiale per lo spirito che spazza via definitivamente le bislacche smargiassate di incredulità del gregge degli uomini commedianti che simulano penosamente una squallida smorfia di piacere estetico.Cristiano Drago, eGmagazine - 03/07 |
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