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Contorsioni sull'orlo dell'abisso - Premio Segni e Visioni |
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Qualche tempo fa, ho avuto l’opportunità di assistere ad un’ incontro di rara profondità spirituale fra due personaggi che molto di rado hanno modo di potersi stringere la mano e di confrontarsi a vicenda. Due fanciulle agghindate di una eleganza cosmica direi, che non hanno una vera conoscenza l’ una dell’altra pur abitando lo stesso, iperuranico luogo: l’ animo umano. Le due donzelle sono la Pittura e la Parola. Accompagnatori delle affascinanti dame al fatidico appuntamento, che è stato alle ore 9,00 del 25 aprile 2007, presso una sala ristrutturata dal comune di Lonigo, sono stati il pittore Giorgio Dalla Costa e l’autore Lucio Giuliodori.L’ incontro di tali estatiche creature ha prodotto un vero e proprio viaggio introspettivo alla ricerca dell’ aspetto profondo dell’Autentico; oniriche ed ermetiche visioni hanno orchestrato una elegantissimo sodalizio, dove ritrovarsi attraverso nuove forme espressive. È questo il luogo di quella creatività estrema che risiede sempre sulla cima delle più alte vette: arte perennemente in movimento, in contorsione sull’orlo dell’abisso. Tutta l’ esperienza ha avuto inizio con la vittoria, da parte di Lucio Giuliodori, del concorso di scrittura creativa “Segni e Visioni” indetto da Artes Associazione culturale, in relazione ad un particolare dipinto, di Giorgio Dalla Costa, intitolato “Contorsione – la diversità degli aspetti”. Ispirandosi a quest’opera, i concorrenti dovevano scrivere un elaborato che desse forma letteraria ad un’ immagine; quello proposto dal nostro autore è stato il più meritevole: il brano, con lo stesso titolo del quadro, è un dialogo ben articolato e con una buona dose di “contorsionismo” che conduce il lettore ad osservare gli aspett(r)i più reconditi dell’esistenza.Il nodo centrale di questo dialogo surreale fra due personaggi incogniti è la corrispondenza fra l’ artista, la perdita delle maschere indossate dall’uomo nella quotidianità e il volto (o i volti) protagonista del quadro. Il viso del dipinto ha sicuramente perso alcune fattezze illusorie dell’ uomo comune: i suoi tratti, composti principalmente da linee quasi parallele, traducono un volto che appare senza pelle, ridotto ai fasci muscolari, come a voler sottolineare la perdita di tutte quelle componenti esteriori e superficiali; un volto essenzializzato nella sua sostanza come questo è paragonabile a quello di un artista: è un volto che ha visto. Per questo, il suo sguardo è trasmutato dall’esperienza dell’arte, intesa come una solenne battaglia che può essere combattuta solo da eroi: coraggiosi e temerari individui che hanno scelto di privarsi di tutti quegli abiti illusori e superficiali, le maschere appunto, e tutti i volti fasulli che si assumono per abitudine del mediocre quieto vivere, affinché possa rimanere e risaltare il vero IO che si trova nel profondo. Nel racconto, il vero artista deve puntare in alto, sorvegliando le più alte cime dell’esistente e qui “nel posto più alto del mondo”, deve osservare consapevolmente “ il precipizio di Sé”. Senza veli e con gli occhi sbarrati sull’abisso. Solo così l’ artista crea e scopre il vero. Di notevole effetto è il ruolo della maschera: arrivare ad indossare quella autentica del proprio vero Sé è la meta di ogni artista e solo quando questo avviene, la vita stessa acquista un così pregno significato da diventare lei stessa un’ opera d’ arte, ottenendo così la liberazione dall’ordinario. Si ottiene un’ esistenza rigonfia della più splendente straordinarietà ed ogni momento esplode come eterno istante creativo; tutto il resto è solo un indugiare nel regno del falso.L’ artefice dello straordinario sperimenta l’ arte dell’estasi: è sempre la meraviglia l’espressione indomita della diversità degli aspetti; dall’interiore all’esteriore la bellezza deve essere conquistata sia nel profondo che nell’esteriore, perché “il mondo esteriore è sempre il prodotto di quello interiore”. Quindi i veri protagonisti dell’esperienza estetica sono la Bellezza e l’ atto di conseguirla: “una vera ricerca è sempre integrale, includendo sempre le diversità degli aspetti che mutano, fino a contraddirsi nell’anima, nella contorsione di essa, visibile all’esterno, nel volto, nello sguardo, specchio magico dell’IO, spogliato dell’ego.” Eccelso, profondo ed ermetico è il linguaggio figurativo di Giorgio Dalla Costa: troppo poco lo spazio a mia disposizione per riuscire ad esplicare esaurientemente i vasti orizzonti di questo grande artista. Figure immerse nell’illimitatezza dell’interiorità, sguardi alla ricerca dell’oltre, forme scolpite con una tale autenticità da necessitare l’ obbligatorio abbandono della materia, priva ormai di ogni importanza; poi l’ Uomo con tutte le sue emozioni e sentimenti in primo piano.Un uomo trasparente, come afferma il pittore, che ha la possibilità di reinventarsi totalmente perché del tutto sganciato dalla forma e con gli occhi sempre puntati sul suo precipizio interiore: la sua sostanza. Di certo siamo di fronte ad una visione creativa di rarissima profondità. Il dialogo dell’autore termina con una considerazione finale dalle implicazioni escatologiche da comprendere bene: lo scopo ultimo di questa strana esistenza, densa di una vasta gamma di emozioni, idee, pensieri, azioni, convinzioni, principi e di tutti i vari aspett(r)i che gravitano intorno all’essere umano, è solo il porre ordine in tutto questo marasma tramite la conoscenza vera di te stesso, la consapevolezza di Chi tu sia veramente. Ottenuto ciò, hai la chiave per aprire qualunque porta posta sull’infinito corridoio dell’esistenza.Cristiano Drago, eGmagazine 04/07. |
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