Filosofia
«Ma ora parto, mi ha convinto Blake, me ne vado al Matrimonio del Cielo e dell’Inferno, mi presenterò elegante, con in mano I fiori del male di Baudelaire e in testa una lunga tuba magica. Dalla quale spero non fuoriuscirà l’Onniscienza che mi porto sempre appresso, dopo aver sopportato tanta, troppa squallida filosofia. Dentro la tuba c’è un gran bazar: le monadi spinoziane schizzano di qua e di là reclamando la loro presenza, mentre gli atomi democritei, si meravigliano di fronte alle onde-particelle della meccanica quantistica…».
Poco dopo mi svegliai.
Stavamo ascoltando Voice of the soul dei Death, eravamo in una baita di montagna, avvolti dal fumo dell’incenso, quando abbiamo cominciato a trasognare, così, lievemente, ancheggiando tra i varchi dell’Oltre che precipitosi si avvicendavano.
Madeline era distesa accanto a me, aveva in mano uno strano cristallo e spesso se lo portava al petto, era vestita di nero, con un abito fatto solo di veli, uno intorno all’altro, che si ricoprivano a vicenda come le foglie autunnali che calpestava il giovane Florenskij, scorgendovi l’inabissamento, l’oblio temporale, l’eterno presente.
Ero felice, ero lì, disteso a terra, accanto a Madeline Von Foerster, la pittrice che scava l’occulto con la Magia delle Visioni. Gli arpeggi di Schuldiner ci prendevano per mano sino a portarci al di là, oltre il visibile, nel luogo del confine. Le Porte Regali erano a due passi dal nostro gaio esistere e lo sguardo della pittrice, assorto nel buio confuso dall’incenso, stava salendo scalini arcani.
Anch’io salivo, dinnanzi a me vedevo esattamente una scalinata dorata, piena zeppa di merletti iperborei, come fossi dentro l’Hermitage, tornato indietro nel mondo, al tempo degli Zar, nel freddo sinuoso di un romanzo dostoevskiano.
“Salire” pensavo, bisogna sempre salire, sempre più su, sino all’inimmaginabile, dentro le fiabe, dentro quel Sogno sublime che è il nostro vero Sè.
Mentre salivo, mi tornava alla mente il filosofico epilogo di una canzone di Battiato: L’esistenza di Dio. Quel tedesco malioso mi si avvolgeva dentro i ricordi, scombinandoli del tutto, stavo nuotando nell’aria, dentro quelle parole eleganti che mi riportavano all’ottocento, tra Pascal e Lessing, tra gli idealismi pomposi e le teologie sepolte, putrefatte dentro il loro non senso, dentro l’ineffabilità di un Dio costruito e macerato dentro dimostrazioni acquose e piroette chirurgiche.
Forse anch’io ero tra loro, nella mia precedente incarnazione, tra la storia del pensiero, tra i caffè filosofici e le cattedre snobbate, come quelle di Schopenauer, o oltremodo celebrate, come quelle di Hegel. O forse ero solo un barbone col vizio delle biblioteche e dei trattati. E ora sono forse dentro un libro, dentro la polvere, dentro gli inutili sforzi dell’intelletto, appoggiato a uno scaffale, sotto lo sguardo distratto di un personaggio di Hesse, anche lui tedesco, anche lui amico dell’ Amicizia, anche lui in viaggio, da un estremo all’altro di quella corda tesa allungata sopra l’abisso. Sopra un ponte che richiama l’est e gli ricorda l’ovest, dall’assurdo di Gogol’ a quello di Pessoa. O dall’alto verso il profondo, dai cieli infernali di Strindberg, alla Morte del sole di Sgalambro, da Stoccolma a Catania, passando per l’epicentro del nichilismo, tra le vette di Sils Maria, dove vola alta l’aquila di Zarathustra, specchiandosi tra i laghi, che incorniciano i pensieri, tra imponenti montagne e nuvole altezzose. Morbide, ovattate e glaciali come il Sogno che sto vivendo ora, senza bisogno di dimostrarlo, senza bisogno di imporlo, senza costringerlo in un libro, senza annebbiarlo nei concetti, senza impolverarlo e senza pensarlo. Vederlo. Ascoltarlo.
Un ombra. Sono un ombra astrale. Ho varcato la Porta dello spavento supremo. Sono doppio. Ma sono (m)io. bi-locato o non locato. Dentro l’ologramma, oltre il quantismo, proiettato al di fuori, dove Tutto è Uno. Dove il Mondo è.
Tratto da: Lucio Giuliodori, Arte Regia.