Kaf: Wim Mertens e la filosofia della musica
Mike Worrall, Le Grand Tour La Mer.
In Wim Mertens è la tragicità a respirare, soprattutto in Kaf, il pezzo che apre Jeremiades: ben ventidue minuti con un solo accordo. E lui sopra a delirare con quel lamento soave, fine e irrimediabilmente tragico, innevato, plumbeo.
La voce di Mertens è un flauto uscito fuori da una fiaba triste, quella del nichilismo forse, delle sue velate sfumature.
Avrò sentito quel brano centinaia di volte eppure riesce ancora ad emozionarmi. Mi fa pensare alla sensibilità necessaria per avvicinarsi alla filosofia, non tanto a quest’ultima in sè, quanto a ciò che serve per farsela amica.
E’ un pezzo invernale, decisamente invernale, mi fa venire in mente Cracovia o Praga, la maestosità dei palazzi, incorniciati da sguardi bassi, che camminano nel solco scavato dalla tristezza scolpita nell’aura di quei luoghi, innevata dal senso di poesia che prepotente rivendica la celebrazione del tragico, come sua dote di diritto.
Kaf è un motivo che può trasportare lontano, sia con i pensieri che senza di essi. Non è una canzone, è una meditazione. I pezzi più famosi al suo cospetto, close cover, struggle for pleasure, maximizing the audience, non riescono a reggere il confronto.
Siamo in un altro piano di esistenza musicale, nel regno di un minimalismo incisivo, che lascia i segni, che scorre dentro, che indaga i sensi, per testarne la freddezza e l’autenticità.
E’ un pezzo possente. Niente e nessuno può avvicinarvisi con intenti di sfida.
E’ sorprendente come, sebbene triste, Kaf riesce tuttavia ad essere un pezzo imperioso, maestoso, come un’onda del mare o una colonna di un tempio che conosce esattamente il senso della sua esistenza. E’ un brano che ostenta sicurezza, che parte deciso e finisce trionfale, nell’ineffabilità congenita della sua armonia sempre uguale per ventidue incredibili minuti strappati al tempo e al significato che si crede esso abbia.
Durante Kaf, il tempo scompare. Corroso anch’esso dalla bellezza dell’arte prorompente dalle note di quel pianoforte metafisico, incastrate a pennello nella surrealtà di questa dimensione. Nella quale viviamo all’unisono con le forme dell’arte che di continuo la trascendono, la sbeffeggiano e la inverano. Una mossa vincente, per farci capire… che esistiamo.
Lucio Giuliodori
music: wim mertens, kaf.
