Rinascimento post-moderno

Nel Rinascimento, come nella Nuova Era, l’uomo è la sintesi vivente del Tutto, la creatura in cui si concentrano le varie caratteristiche degli enti del mondo, il protagonista indiscusso di un'esistenza gioiosa, consapevole, saggia. Non si pone l'antitesi tra uomo e Dio, poiché Dio è nell'uomo e in ogni parte del mondo stesso; nel 1600 Tommaso Campanella scriveva: «il mondo è la statua di Dio vivente e cosciente; tutte le sue parti e le parti delle sue parti sono dotate di senso».
L’esistenza è un auto progetto, non più una fuga ascetica come nel Medioevo, l’uomo non è un pellegrino in attesa dell’al di là ma un essere profondamente radicato nell’al di qua, pronto a giocarsi la propria sorte nel mondo.
Si rifiuta dunque l’ascetismo e si esalta la vita attiva, il piacere e il denaro (“chi non ha oro o argento non può aver nessun contento”).
Alla base della filosofia rinascimentale c’è la convinzione della sostanziale omogeneità della natura e dell’uomo che quindi può conoscerla sia con strumenti scientifici che con metodi occulti (magia, alchimia, astrologia). Dio, secondo Giordano Bruno, è “Anima del cosmo” che opera tramite “l’intelletto universale”, cioè l’insieme di tutte le idee o forme che plasmano dal di dentro la materia. E l’uomo ha accesso a quella materia, che è divina. Campanella a questo proposito parla di “universale animazione di tutte le cose”.
La visione del mondo rinascimentale è dunque una visione olistica, esattamente come quella New Age.
In questo senso va compreso anche come il mondo naturale cessa di essere per l’uomo il luogo di un esilio e di un’espiazione, cui è stato condannato dal peccato originale e diventa il luogo idoneo per il suo operare industrioso ed intelligente. L’ideale dell’uomo non è più il santo, l’asceta ma l’uomo “virtuoso” (nel senso della virtus latina), che produce ricchezza e crea bellezza, che protegge e favorisce le arti e gli studi, che, come in Lorenzo Valla, esalta il piacere, vedendovi addirittura il principio stesso dell’esistere, la sua matrice ontologica.
L’esaltazione della virtù si traduce poi in esaltazione dell’uomo medesimo:“homo faber ipsius fortunae”. Se nel medioevo l’uomo faceva parte di un ordine cosmico già dato, nel Rinascimento è artefice di se stesso.
E se nelle filosofie moderne la concezione dell’uomo come artefice del proprio destino assumerà un significato spesso antireligioso, nel Rinascimento essa coesiste con una concezione “religiosa”: l’uomo plasmatore è l’immagine del Dio creatore.
L’uomo cioè, come ribadirà circa cinquecento anni dopo la fisica dei quanti, non è creato ma è co-creatore.
Il quantismo è il Rinascimento contemporaneo.
Un’ulteriore analogia da sottolineare inoltre, risiede nel fatto che tanto nel Rinascimento quanto nel New Age, si avverte la necessità di comprendere il reale sfruttando prospettive gnoseologiche diverse. Si tende cioè a riunificare le saggezze antiche, le diverse religioni, in nome di un’unica più globale conoscenza non frazionata, non divisa bensì armonica.
Tanto i rinascimentali quanto i new agers vogliono tornare a quella sapienza originaria che si era dispersa, moltiplicata nelle varie dottrine religiose e filosofiche. Non è così assurdo dunque vedere Pico della Mirandola o Marsilio Ficino attingere indistintamente a piene mani da Platone e da Ermete Trismegisto, dalla Cabala e dalle Sacre Scritture. Così come non è strano vedere accostati Yoga, Tao, Teosofia e sciamanesimo all’interno di uno stesso orizzonte culturale, quello della New Age appunto.
Ancora meno strano che magia, alchimia e astrologia siano aspetti centrali in entrambe le Weltanschauungen, divise solo da qualche secolo, tenendo però a mente che la saggezza non ha tempo.
Il tema centrale risiede nella convinzione che solo tesaurizzando le varie tradizioni filosofico-religiose che l’uomo ha sviluppato nella storia del pensiero, si giunge ad una rinascita, un Risveglio Iniziatico, una comprensione integrale di se stessi e del reale.
Lucio Giuliodori