La filosofia nella musica come atto psicomagico: Battiato, Sgalambro, Jodorowsky.
Che valore ha la musica impreziosita dalla filosofia? E la filosofia che entra dentro una canzone è ancora filosofia?
La presente riflessione ha l’intenzione di analizzare il connubio artistico-intellettuale di Battiato e Sgalambro, leggendolo attraverso una categoria del pensiero jodorowskiano: la psicomagia, cioé l' esperienza nella quale gli archetipi, venendo chiamati in causa, rivoluzionano nell’essenza la natura delle cose, mutandole.
E dunque, la musica che muta, che entra o che lascia entrare la filosofia o viceversa la filosofia che si fonde nel suono, può essere letto quale atto psicomagico? Cioè è un’esperienza sacra, soteriologica, attraverso la quale musica e filosofia conquistano il loro iperuranio? E dunque, è un atto di oltrepassamento dei confini del reale? E’ cioè un atto surreale?
La musica guadagna verità? La filosofia, diventa (più) bella? E se “la bellezza salverà il mondo”, la bellezza di tale “filosofia musicata”, può salvare i due mondi, quello della ricerca del bello e quello della ricerca del vero, unendoli? Cioè creandone un’alchimia vera, vissuta, in costante sviluppo che li porti ad un limite veramente noumenico?

Secondo tale personale lettura, la musica e la filosofia, incontrandosi, aumentano il loro livello di intensità vibrazionale passando dal reale al surreale in un atto di superamento abissale, atto che coinvolge anche il soggetto stesso, il creatore di tale trasmutazione, “vascello vagabondo” in viaggio verso il Sè.
Potrebbe dunque essere proprio questa la celebre “cura” di Battiato, poiché l’atto psicomagico è di fatto un atto terapeutico, attenendoci alle esperienze dell’artista cileno.
Jodorowsky potrebbe rivelarsi quale chiave di volta per scassinare uno scrigno pieno di tesori. Battiato infatti apre molte porte. Ma le lascia tutte socchiuse. Sarebbe interessante spalancarle ed entrare. Battiato non spiega, suggerisce – e non potrebbe essere altrimenti, sennò farebbe filosofia. A questo ci pensa Sgalambro col suo lavoro di smembramento concettuale. Dall’artista al filosofo, l’evoluzione interiore diventa, ricerca della verità.

In sostanza, ai fini di un approccio psicomagico, tale connubio, va letto quale “pozione” propedeutica ad un miglioramento, un minuzioso lavoro di perfezionamento interiore, nel quale il creatore supera se stesso, grazie all’alchemico processo di creazione artistica e creazione umana, che trasmutano all’unisono in una dimensione più reale del reale. L’oggetto trasmutato riflette nel soggetto e ad esso irrimediabilmente rimanda, filosoficamente ed esotericamente.
Il soggetto è coinvolto, l’attore è dentro la scena e vive il film, non può esimersi dal viverla. E come la vive? Plasmandola. Il creatore, psicomagicamente, manipola il creato, mettendo in moto un procedimento automatico che cresce su di sé, come la memoria bergsoniana.

In una parola: l’atto sviluppa una triade che compromette anche il soggetto creante, il quale manipolando l’oggetto (filosofico-musicale), manipola se stesso. Con quali conseguenze?
Se è cura per l’oggetto, è cura anche per il soggetto e se l’atto è davvero magico e alchemico, il piombo diventerà oro.
Un uomo migliorato è un uomo superato. Un uomo salvato.
L’estetica psicomagica dunque assurge quel valore soteriologico già auspicato da Dostoevskij, offrendo al soggetto la Via da seguire per trovare (la creazione di) se stesso: il (suo) superamento costante, profondo, negli abissi archetipali del surreale.
Lucio Giuliodori
music: battiato, la porta dello spavento supremo
