Musica Dentro e vertigini filosofiche
"Musica dentro" come mantra interiore, come anima che diventa strumento vibrato dall'arte. Un elogio all'arte, all'arte come inno: un'arte viva, che parla, muove e commuove. Un' arte intesa forse non come opera, ma come un' idea più vasta, colma, densa, in cui prende spunto tutto ciò che essa stessa genera e tutto ciò da cui essa stessa è, iperuraniamente, generata. Non un "concetto" insomma, bensì una forma fluida dell'essere, ben distinta e lontana dall'idea che ancora oggi accompagna il termine; svincolata dunque da inopportune e restrittive definizioni di "irrazionale fondamento" e/o "sub-strato della coscienza".
Quello a cui mi riferisco è un elemento così "segretamente" importante da non essere addirittura mai citato apertamente in quest'opera: quello della "coscienza individuale", la quale annega le sue passionali radici nel corpo, nello spirito e nella mente senza mai scinderli. Proprio da qui prende corpo la continua "strozzatura" del linguaggio che viene operata in questo testo, evidenziando come la parola stessa sia in fondo essa per prima una "forzatura" del reale medesimo: significato contro significante.
In questo senso si potrebbe innescare l'interpretazione di un "testo-collage" che cerca di sfruttare qualsiasi forma espressiva possa essere a portata di penna, sia essa la lingua madre, quelle acquisite, la filosofia, la sensazione, la forma narrativa o retorica, l'esperienza, il testo musicale, l'arte figurativa. Quasi a volerci ricordare che i linguaggi sono soltanto mezzi. Quando parliamo con qualcuno cerchiamo di approssimarci a "lui", ma, al tempo stesso, escludiamo una moltitudine di "altri". Non parliamo mai a tutti. La comunicazione verbale ci permette di proiettarci fuori di noi stessi, ma solo in maniera imperfetta, al prezzo altissimo di farlo attraverso uno specchio deformante.
Cadere nell'errore di identificarsi con la sola esperienza che abbiamo di noi stessi è pertanto un errore imperdonabile: «Meglio vivere immaginando che imaginandosi, cioè traslandoci in un' immagine che soppianta il proprio essere». Possiamo metterci in contatto gli uni con gli altri e questo è un mezzo estremamente potente; eppure non ci consente di toccarci anima con anima.
Questa contraddizione insita nella comunicazione, nell'arte, può rivelarsi solo agli occhi dello spettatore più disincantato del mondo. Per portarlo ad un' empasse insuperabile. Oppure caricarlo di una tensione che sfocia nella ricerca di una forma di contatto che, partendo da queste premesse, le superi poi innescando un movimento noetico di notevole spessore: «Quando non avremo più bisogno dei simboli... beh, allora saremo diversi... » in quanto «la parola non può spiegare. Può solo creare».
Ma per fare ciò occorre effettuare un salto oltre la presuntuosa ragione, la quale pare essere un burattino mosso da fili tirati dai nostri stessi spettri: «[...] la ragione come plebe, è in balia di una ristretta elite di fantasmi». Quindi cosa ci evita di abbandonarci nel solipsismo della (in)comunicabilità? «I sentimenti che ci legano [...] sono al di là delle domande - e più importanti dei perchè»: ecco la possibile ricerca di una forma di prossimità diversa, ulteriore, migliore.
Dare significato a ciò che ci circonda secondo i mezzi già a nostra disposizione è un lavoro sterile, da ragionieri (come si evidenzia nella poesia "Personalmente"), un inutile lavoro da compilatori. Il triste tentativo di introdurre il reale in un casellario costruito a tavolino. Un procedere puramente meccanico, da adepti di una razio-setta che cerca solo di fondare i precetti vomitati dal guru di turno. Un'attività sub-umana in cui le possibilità vengono immolate sull'altare di una “fede”,qualunque essa sia. Tutto questo contro la "ricerca"; termine che acquista senso solo nell’orizzonte del "superamento". Non c'è direzionalità in tutto ciò, ma solo "dimensionalità": "ricerca" deve dare come risultato vette sfolgoranti e abissi imperscrutabili senza la certezza che si possa giungere ad un termine ultimo. E la "ricerca" è sempre puramente individuale, pur senza essere non-comunicabile. E' campo dell'Iniziato, del filosofo, del poeta. Non dello scienziato. Ed infatti la scienza ha un termine teorico ultimo (spiegare tutto il reale), mentre il filosofo ha solo un movimento continuo, incessante e senza termine ultimo: «egli danza sulle sabbie mobili».
La "normalità ", il bastare a se stessi, è frutto di una quotidianità soddisfatta e rassicurata dai suoi stessi limiti. Chiunque non voglia cedere a questa tentazione si dovrà accorgere che nel cammino c'è solo "oltre": ogni passo con cui componiamo la nostra strada è "oltre" quello precedente e allarga ineluttabilmente il nostro orizzonte, qualunque sia la direzione. Così, nel tragitto verso una meta sconosciuta, ha più senso il semplice vagabondare che il procedere in linea retta; l'importante infatti è intraprendere il viaggio: «amo vagabondare, non posso fermarmi, non posso dormire, potei svanire....».
Non c'è vera esistenza senza verticalità e la stessa vita, ai nostri occhi, nel ricordo di Sè, è un insieme di momenti eccelsi, fuori dal tempo, che non compongono una linea continua e non procedono da un punto. Sono attimi che dobbiamo e non possiamo spiegare. Ma l' "inesplicabile", l' "ignoto" sono solo una categoria oziosa della normalità. Perciò, senza paura, possiamo finalmente chiederci e risponderci: «Che cos'è infatti l'ignoto [...]? Chiudiamo gli occhi dunque e andiamo a vederlo questo presunto "ignoto"».
Alessio Massetti, eGmagazine, 12/06.
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