Pavel Florenskij

Mikhail Nesterov, I due filosofi. (Florenskij e Bulgakov).
Galleria Tret'jakovskaja, Mosca.
IL VALORE MAGICO DELLA PAROLA
Una volta che verrà riconosciuto che l’uomo può passare i propri limiti, anche in maniera esigua, si sarà aperta la via al riconoscimento di effetti di qualunque entità. L’esempio dei fenomeni mediatici, dove non si tratta più soltanto dell’oscillazione della lancetta leggera di due decimi di grado sullo stenometro, ma del fatto che pianoforti da concerto e tavoli vengono spostati o addirittura sollevati, chiarirà meglio l’idea.
(…) personalmente non starei a difendere l’efficacia fisica della parola contro le suddette obiezioni, dal momento che nella mia comprensione del mondo non esiste affatto il fisico come tale, senza la penetrazione con l’energia spirituale e occulta. E sono dell’avviso che non il magico deve essere spiegato da cause fisiche, ma il contrario; ciò che ai profani appare come fisico dev’essere spiegato attraverso forze magiche.
Infine, occorrerà ricordare che la massa d’aria che forma la parola si origina direttamente dai punti di concentrazione del nostro fisico e che viene nutrita e permeata dall’od nella misura in cui ciò è possibile a un certo organismo in una condizione di massima attenzione interiore. […] Tutto ciò che sappiamo della parola ci conferma in quale alto grado essa si carica delle energie occulte della nostra essenza: energie che vengono immagazzinate nella parola e che con ogni uso della parola ulteriormente si accumulano. Tra gli strati del semema si trovano depositate riserve inesauribili di energia, flussi di energia di milioni di labbra vi sono confluite.
Una guaritrice, con le sue formule mormorate il cui significato nemmeno lei capisce, o un sacerdote che pronuncia preghiere parti delle quali sono a lui stesso incomprensibili, non sono affatto fenomeni assurdi, come superficialmente può sembrare. Non appena quella formula viene pronunciata, è indicata e fissata la relativa intenzione – il proposito di pronunciare la formula. Si stabilisce così il contatto tra parola e personalità, e dunque è compiuto l’atto più importante. Il resto viene da sé, in virtù del fatto che la parola già esiste come organismo vivente, con struttura ed energie proprie.
(…) è naturale pensare che sul livello successivo di valore magico ai termini e alla formule (e una formula non è nient’altro che un nome sviluppato) stanno i nomi di persona. Infatti i nomi, sempre e dovunque, costituivano lo strumento più significativo della magia, e non esistono procedimenti magici che possono prescindere dai nomi di persona.
Ne è un esempio l’uso che si fa del nome nell’incantesimo o nell’esorcismo. Non esiste popolo primitivo che non abbia visto nella parola e nel nome una reale possibilità di intervenire nel mondo, anche se in modo misterioso ed occulto. Nelle parole dello sciamano il nome porta con se la presenza reale di ciò che viene pronunciato, fa essere ciò che viene nominato.
(…) stabilire questi principi nella coscienza ecclesiastica porta, in fondo, a distinguere in Dio due lati, uno interiore, la sua essenza, e uno rivolto verso l’esterno, l’energia; entrambi, sebbene non siano mescolati, non sono semplicemente inseparati. In virtù di questa inseparabilità l’uomo, e tutto ciò che è creato, e la sua essenza, è in rapporto con la sua stessa sostanza e ha dunque il diritto di nominare tale energia con il nome di Colui che agisce, il nome di Dio. E’ chiaro che queste osservazioni non sono separabili dal cammino spirituale di coloro che riconoscono la religione; negarle non significa altro che negare in linea di principio la religione in generale, la quale è religio, unione di due mondi. La tesi della denominabilità dell’energia divina con il suo nome è presupposto necessario di ogni giudizio religioso.
AI MIEI FIGLI
Tuttavia quel che va sotto il nome di leggi della natura mi è sempre parso una maschera temporanea. Altre forze dominano il mondo e altre cause – diverse dalla scienza – dirigono il corso della vita. Talvolta, però, queste forze e queste cause sollevano la maschera che hanno indosso e fanno capolino dalle crepe dell’ordine scientifico del mondo. […] Ed è lì che bisogna guardare, lì che bisogna tendere l’orecchio al mistero del mondo, pronti a cogliere l’attimo. Là dove c’è una deviazione dal consueto, è la che va cercata la confessione spontanea della natura. Sin dalla più tenera età la mia mente era attratta dai fenomeni inconsueti.
Il cielo era di un blu profondo, quasi nero. Si aveva la sensazione di un’armonia perfetta. La mente si apriva in quell’estasi, e tra me e il mondo esterno non c’era più un confine definito. Così capita di solito a una grande altitudine: vuoi per l’aria, vuoi per qualcos’altro, si assiste a una fuoriuscita estatica oltre se stessi, a contatto con la Grande Ragione e perciò alla conquista della pienezza universale. Ci si sente compenetrati dalla gioia ultraterrena che qui scorre. […] Ogni preoccupazione ultraterrena è accantonata, e dentro di te scorre un ampio flusso di etere azzurro. In quel momento tanto varrebbe vivere o morire. Si prova una sensazione di grande leggerezza di tutto il proprio essere: il corpo non ha più peso. E’ una sensazione che si può paragonare solo a quando si sogna di volare, a quando è la volontà a far muovere il corpo, a quando è la volontà a far muovere il corpo. Non so che cosa indicherebbe una bilancia se mi pesassi in questo stato di estasi; nessuno ha mai fatto questo esperimento, ma non escluderei la possibilità di un’autentica levitazione, di una diminuzione di peso che anche la fisica ammette; ad ogni modo, se mai interesse a qualcuno, un tale esito dell’esperimento non mi meraviglierebbe. Là sui monti, ha luogo una fuoriuscita astrale da se stessi che, però, non ha nulla di doloroso e non contraddice l’ambiente circostante, come a valle, ma è, invece, legittima e gioiosa.
(…) da bambino il senso del mistero era in me dominante, era lo sfondo della mia vita interiore contro il quale si stagliavano la tenerezza e l’affetto per i genitori. Tutto quel che mi circondava, quel che solitamente non pare e non viene riconosciuto essere misterioso, oggetti e fenomeni abituali e quotidiani, avevano per me una certa qual profondità di ombre, una sorta di quarta dimensione, e mi si presentavano immersi nelle tenebre profetiche di un quadro di Rembrandt.
In quel fenomeno semplice e usuale per la mente affiorava qualcosa che svelava dell’altro, qualcosa di noumenale, che di quel mondo stava più in alto o, per meglio dire, più nel profondo. Suppongo che si tratti della stessa sensazione e percezione creata da un feticcio: una pietra, una tegola, una scheggia di legno come tante che si rivelano essere tutt’altro che banali e aprono finestre verso un altro mondo.
(…) l’incognito non era per me un fenomeno consueto ma sconosciuto, bensì il contrario, un fenomeno conosciuto ma inconsueto, un’irruzione nel consueto dall’ambito della trascendenza, un attacco a quanto solitamente incognito da parte di un inconsueto che, tuttavia, era soavemente conosciuto, caro, una rivelazione dai meandri più reconditi. Solo tale oggetto pareva degno d’essere conosciuto, degno della conoscenza, mentre quanto particolare non era scivolava via come un’ombra pallida. L’incognito nutriva la mente, mentre quel che non meravigliava, che non generava meraviglia, era una sorta di pula secca priva di sostanze nutritive. Del resto c’era assai poco di non-stupefacente e di non particolare, mentre quel che i grandi disdegnavano toccava la mente e rimaneva impresso nella sua protoimmagine. Tale Urphänomenon diventava poi uno strumento della conoscenza, una categoria, un concetto filosofico fondamentale attorno al quale tutto si raggruppava e si coordinava, attorno al quale si cristallizzava l’esperienza.
Mio padre riteneva che proprio l’idea della discontinuità fosse l’abisso che si apriva tra la visione del mondo della sua generazione e la mia, la Weltanschauung del prodigio, della fiaba, a cui tendevo.
Per quanto riguarda il rapporto quotidiano col mondo, invece, determinanti furono le ricerche di quei luoghi in cui il battito del mondo si percepiva con maggiore chiarezza, in cui le voci ultraterrene della natura parlavano più distintamente. […] La mia attenzione, però, si inchiodava con una forza incontrastabile a tutto ciò che lasciava trasparire un’evidente protofenomenicità. L’inconsueto, il mai visto, lo strano quanto a forme, colori, odori e suoni, tutto ciò che era molto grande o molto piccolo, quanto era lontano, quanto violava i confini chiusi del consueto, che irrompeva nel già visto, era una calamita, e non dirò per la mia mente, poiché si trattava di qualcosa di più profondo, ma per tutto il mio essere. Poiché, quando percepiva qualcosa di particolare, tutto il mio essere gli si avventava incontro, e né le esortazioni, né le difficoltà, né la paura erano in grado di trattenermi, se solo qualcosa mi si presentava come protofenomeno.
Nell’ombra intuivo una sorta di sosia dell’uomo, una sua parte integrante che egli aveva in sé o acanto a sé, ma che non era lui a dirigere, una forza e una fonte di movimento non sottoposta alla sua volontà e che perciò si ergeva come spettro di pazzia. E anche le cose avevano i loro sosia, ombre sinistre, silenziose, eleganti.
Il riflesso dello specchio mi pareva anch’esso un sosia. […]Il mio sosia speculare mi ripete, ma si finge solo un mio riflesso passivo, a me uguale; in un dato momento scoppierà a ridere di colpo, farà una smorfia, getterà via la maschera dell’imitazione e diventerà autonomo. Esso pare naturale, ma se lo sia davvero è una bella domanda, e per questo fa paura.
Quel mare, il mare beato della mia infanzia beata, non potrò più vederlo se non dentro di me. Se n’è andato dove se ne va i tempo, probabilmente tra i noumeni. Ma un tempo quel noumeno io l’ho visto, l’ho annusato e ascoltato.
La natura, lo credevo e lo sentivo, si nascondeva agli uomini; io, però, ero il suo prediletto, ed essa desiderava mostrarsi a me nella sua essenza autentica senza risultare visibile agli altri. E allora mi mandava dei segnali, mi parlava in forme cui solo io avevo accesso, perché sapessi dove dirigere la mia attenzione. I cuccioli, alcuni uccellini, le lucertole dai begli occhi scuri, talvolta le piccole ranocchie verdi, oltre che i fiori, mi parlavano a quel modo. I minerali, diversi fenomeni della natura, colori, odori e sapori soprattutto, erano intrisi dell’energia profondissima della natura di gran lunga più degli animali e degli uccelli, e finanche dei fiori, ma in essi quella potenza intensa e gorgogliante rimaneva muta, privata dell’organo di espressione.ù

Fred Einaudi, The mermaid.
(…) non conoscevo quasi le emozioni, perché nel mio cuore si accendeva all’improvviso l’eros. Io, Paolo-Saulo, cioè Eros, sono sempre stato erotico. Oggetto di eros erano gli uccelli, in particolare i più piccoli, e in special modo i colibrì. Sia la parola che l’aspetto del colibrì mi facevano fremere di visibilio. Vedere un colibrì sul cappellino di una signora era per me l’apice della felicità, e osservavo quell’uccello-mosca con trepidazione, scosso da brividi freddi. Sul colibrì cercavo di scoprire qualunque cosa.
(…) le persone non mi piacevano; o meglio, non è che fossi loro ostile, ma prendevo quanto avevano di buono come una boccata d’aria e non degnavo del mio disprezzo quanto di cattivo possedevano, scontrandomi con loro in modo più astratto che reale. Persino agli animali, ai mammiferi ero al quanto indifferente; in loro coglievo una parentela troppo stretta con l’uomo. Mi piacevano, invece, l’aria, il vento, le nuvole; mi erano vicine le rocce, sentivo spiritualmente affini i minerali, soprattutto i cristalli, amavo gli uccelli, ma più di ogni cosa le piante e il mare.
Prendiamo i sogni per esempio. I sogni si fanno mentre si dorme e scompaiono al risveglio. Ma vuol forse dire che non esistono?
“Io non nego Dio, ma anch’io essere umano sono un dio, e voglio disporre di me stesso”: questo era il senso delle mie emozioni. Lo ripeto, il non sentire in me il peccato e il vedere, così mi pareva, che quanto avevo attorno e dentro di me era immacolato, così come assoluto e compiuto era il nostro modus vivendi, rendevano l’idea della morte incompatibile con la mia coscienza. Circondato qual ero da nobiltà d’animo e palpitante di suoni interiori estatici, mi sentivo quasi in paradiso, e quel “quasi” distoglieva il mio sguardo dalla fugacità e dalla pochezza dell’esistenza tutta. Non potevo pensare a me come a una creatura insignificante; seppur piccolo, io ero un dio.
(…) una lite con i figli dei Lileev, degli attori che abitavano nel nostro stesso cortile – con Saša, il maschio, e Ženja, la femmina -, i quali difendevano l’onnipotenza e la misericordi di Dio, finì da parte mia con uno sbotto di bestemmie rabbiose. Non posso aver detto chissà quali rimproveri, certo, ma era il modo che contava; era mio preciso volere arrivare in fondo a quella discussione e, esaurito non senza ripetermi il mio scarno repertorio di imprecazioni contro Dio, mi sentii mancare il fiato per l’incapacità di dire una parola risolutiva. […] Le mie bestemmie, spaventarono i bambini, che attaccarono a urlare di non volermi ascoltare oltre e, tappatisi le orecchie, corsero a lagnarsene dalla madre.
IL SIGNIFICATO DELL’IDEALISMO
(…) il fine segreto del platonismo sono i culti misterici.
(…) le sacre visioni di indicibile bellezza, le immagini […] luminose che passano davanti a colui che, entusiasta, contempla l’altro mondo: sono questi gli sguardi celesti o le idee soprasensibili di Platone
L’eros mostra sul volto dell’amato un’idea: ma la parola ίδέα, secondo Polluce , è sinonimo di άγαλμα, statua di divinità. Perciò l’innamorato vede nell’essere amato una sorta di immagine divina e vuole rendergli ciò che gli spetta. Questo è il pensiero di Platone.
Non ci siamo profusi in un’astratta difesa dell’idealismo come dottrina, ma abbiamo piuttosto cercato di comprenderne il significato per la visione del mondo e la percezione della vita.
L’idealismo è un “si” alla vita, poiché la vita è un’incessante realizzazione dell’uno e dei molti. E se ci si chiedesse: “da che cosa si è potuta originare la teoria delle idee?”, sarebbe difficile trovare una risposta più adatta di questa: “dall’essere vivente”. L’essere vivente è la manifestazione più evidente dell’idea.
L’idea è il volto della realtà, ma soprattutto è il volto dell’uomo, ma non nella sua casualità empirica, bensì nel suo valore conoscitivo, cioè sguardo, espressione del volto umano. L’idealismo “è orientato” verso lo sguardo… Si, l’idea è il volto del volto, ossia lo sguardo.
Questo slancio indistruttibile della nostra anima verso i cieli, questo impeto verso altri mondi, non si può esaurire in una costruzione di pensiero compiuta in se stessa e nemmeno può essere definito con alcun termine fissato una volta per tutte: infatti al contatto con la Verità ogni cosa si scioglie e scivola via come la cera di fronte al fuoco.
La conoscenza è tale solo nel momento in cui può pretendere un significato che va oltre i limiti del dato momento e del dato luogo e cioè quando questo momento unico è rivolto verso un’altra esistenza.
Che cosa c’è, che cosa esiste realmente? Che cosa è conoscibile? Che cosa ha valore? Il momento dato, vissuto qui ed ora, oppure un qualcosa che , seppure in relazione con esso, è eterno e universale?
La questione degli universalia è l’apice del problema fondamentale della filosofia e bisognerebbe non comprendere affatto la filosofia per non vederlo.
Per tutta la vita ho pensato all’unità, al rapporto tra fenomeno e noumeno, alla rivelazione del noumeno nei fenomeni, alla sua manifestazione, alla sua incarnazione. Questa è la questione del simbolo. E si potrebbe dire che per tutta la vita ho pensato ad un solo problema, al problema del Simbolo». (…) Se l’idealismo metafisico intuito nitidamente da Dostoevskij ed elaborato filosoficamente da Solov’ëv costituisce certamente un presupposto imprescindibile della sua creazione, in opposizione alle varie forme di idealismo oggettivo ed etico (di Kant, Fichte, Tolstoj), tuttavia questa sua prospettiva risale fino alla sorgente platonica, distillandone essenzialmente la questione del significato.
LE PORTE REGALI
Quanto s’è detto del sonno andrebbe ripetuto con scarse modifiche, di ogni trapasso da sfera a sfera. Così nella creazione artistica l’anima è sollevata dal mondo terreno ed entra nel mondo celeste. Lì senza immagini si nutre della contemplazione dell’esistenza del mondo celeste, tocca gli eterni noumeni delle cose e, impregnata, carica di conoscenza ritorna al mondo terreno. E tornando giù per la stessa strada arriva alla frontiera della terrestrità, dove il suo acquisto spirituale è investito in immagini simboliche – le stesse che, fissandosi, formano l’opera d’arte. Sicché l’arte è un sogno sostenuto.
L’icona è un’immagine del mondo venturo; essa (e del come non ci occuperemo) consente di saltare sopra il tempo e di vedere, sia pure vacillanti, le immagini – “come in enigmi dello specchio” – del mondo venturo. Queste immagini sono del tutto concrete e parlare dell’accidentalità di alcune delle loro parti significa assolutamente fraintenderne la natura simbolica.
Come una visione sfolgorante, straripante di luce si mostra l’icona. E’ come se essa non fosse circoscritta, non puoi parlare di questa visione altrimenti che con la parola: soverchia. Si riconosce che è superiore a tutto ciò che la circonda, situata in uno spazio tutto suo e nell’eternità. Dinanzi ad essa si placa la passione ardente e la vanità del mondo, essa si situa aldilà del mondo, è un mondo qualitativamente superiore che agisce dal suo piano in mezzo a noi.
Ecco il paradosso: l’icona sembra denunciare l’insufficienza della sensibilità rispetto all’invisibile che ha il compito di manifestare. Il suo fragile statuto ontologico di velo o diaframma, che l’ancoramento alla materialità del legno su cui è incisa ribadisce, la pone su un discrimine tra l’essere protesa su un al di là e un ricadere nel sensibile.
LA COLONNA E IL FONDAMENTO DELLA VERITA’
Il ricordo è simbolo-creazione. Questi simboli collocati nel passato sul piano dell’empirìa si chiamano ricordi, riferiti al presente si chiamano immaginazione, collocati nel futuro sono ritenuti previsione e prescienza. Però passato, presente e futuro, essendo adesso un ricettacolo dei simboli del mistico, devono essere sentiti allo stesso tempo, cioè sotto l’angolazione dell’eternità, anche se distinti. In tutte e tre le direzioni della memoria l’attività del pensiero esprime l’eternità nella lingua del tempo, e il ricordo esprime esattamente questa espressione.
La dimostrazione razionale crea nel tempo il sogno dell’eternità, ma non permette mai di attingere l’eternità. Perciò la razionalità del criterio, l’attendibilità della verità non è mai, come tale, data effettivamente in maniera attuale, nella sua giustificazione, bensì sempre soltanto nella possibilità in potenza, nella sua giustificabilità.
LA PROSPETTIVA ROVESCIATA E ALTRI SCRITTI
In definitiva, ci sono solo due esperienze del mondo: l’esperienza umana in senso lato e l’esperienza “scientifica” cioè “kantiana”, come ci sono solo due tipi di rapporto con la vita: quello interiore e quello esteriore, come ci sono due tipi di cultura: contemplativo-creativa e rapace-meccanica.
LO SPAZIOE IL TEMPO NELL’ARTE
Qualsiasi realtà dunque si estende nelle quattro dimensioni e si definisce in un immagine a quattro dimensioni. E il tempo, quarta coordinata di questa immagine, è organizzato in essa come qualcosa che le è proprio, che è proprio di tale immagine, come un tempo che ha in essa il suo principio e la sua fine.
NON DIMENTICATEMI
La vita vola via come un sogno e spesso non riesci a far nulla prima che ti sfugga l’istante della sua pienezza. Per questo è fondamentale apprendere l’arte del vivere, tra tutte la più ardua ed essenziale: colmare ogni istante di un contenuto sostanziale, nella consapevolezza che esso non si ripeterà più come tale.
L'arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è.
Paul Klee
music: george winston, some children see him.
