Domenica pomeriggio
Continuavamo a cinguettare. I nostri passi sprofondavano dentro lo sfondo cioraniano di una domenica pomeriggio. Il manto erboso era spruzzato di fredda pioggia e agitato da un verde surreale, troppo vivace rispetto a tutto il resto: il nostro pallore e quello del cielo.
Il mio stato d'animo si accordava perfettamente alle velate nebbie dello sfondo: mi sentivo tenue, malioso, io stesso ero uno sfondo.
Un'apocalittica pioggerellina carezzava i miei contorni ridisegnandoli, mentre io invocavo un nordico sole che avrebbe potuto schiarirne la definitiva inesistenza.
Quintessenziavo felice. La freschezza del luogo appagava il mio olfatto.
A tratti si dimenava per ribadirmi le sue ludiche intenzioni e distogliere le mie fantasie. Gli urletti della piccola lambivano il mio sguardo colorandolo di vita; ogni tanto un'occhiata a lato, ogni tanto sopra l'abisso.
Era domenica pomeriggio, era sospesa la quiddità.
Scorgevo versi di Blake: "non ragionerò, non confronterò: mio compito è Creare".
Ma mentre pensavo e di nuovo ripensavo a ciò che emana e ancora emana, ascoltando Plotino e scorgendone il fantasma, tentavo invano di assolvere il mio compito, il mio dovere, almeno per quel giorno. Portare a spasso Vassilissa, la mia nipotina. Dovevo portarla al parco, farla giocare, farla divertire, in somma... Evitarle il suicidio.
Non parlavo molto con lei, ero frastornato dagli archetipi ed evocavo dimensioni diverse da quelle temporali. Vagando e curiosando nei deserti dell'arché, mi colpivano le vetrine dei saldi con esposto il senso del peccato: la sua assurdità si immolava nel prezzo. Comprare il peccato o non comprare le indulgenze? Mi soffermavo sovente su tali quesiti. Ma il guinzaglio, ora teso ora disteso, mi ricordava la sua presenza: Vassilissa era lì, a due passi dal mio ansimare. E i pensieri svanivano. Scaraventati nel vento.
Si agitava la piccola, strattonandomi bruscamente. I miei pensieri crollavano. Nel reale. Svenendo.
Come la filosofia che precipita dalle mani di Hegel a quelle di Marx, in quei momenti una catastrofe aerea, rimpiazzava la mia persona, ed il suo essere, più che "gettato" era schiantato nel mondo.
Tutto ciò mi dava l'affanno.
Pur tuttavia mi sdraiavo, confuso nella mia ombra. Ero coperto di trasparenza. Ero un banco di nuvole che, scivolando su se stesse, irrimediabilmente mutavano la loro inattingibile bellezza.
Ero la pesantezza di quell'ovvio cielo grigio, spiaggia perfetta delle nuvole sputate alla velocità del buio.
Tratto da: Lucio Giuliodori, Sogno dunque sono.