Contorsione
«Mi si scarta la testa, che ci posso fare? Mi si scarta in continuazione».
«Ti si scarta perché è una maschera? Anche il tuo vero Sé è una maschera?»
«Il mio vero Sé non è una maschera, è la Maschera. Arrivare ad indossarla è la meta di ogni artista e l’arte stessa non è altro che un continuo cambio di scene, di costumi e, ovviamente, di maschere. Tutto questo, dentro un camerino, dietro le quinte, dietro il palco della tua vita, dietro quella finzione che reciti, dentro quel film che hai deciso di interpretare».
«Quando l’ho deciso?»
«Prima di incarnarti».
«Cosa c’è oltre le maschere?»
«C’è il nulla o forse il Tutto, pensando al nulla come una parte di esso, una sua prospettiva, una sua “maschera”. David Bhom dice che in ogni singola parte è compreso ed impresso il Tutto, da questo punto di vista non ha più senso parlare di diversità, palesi o apparenti, vere o finte, mascherate o nude».
«Che succede precisamente nel momento dell’arte? »
«L’arte non ha momenti, se sei un vero artista, la tua vita intera è un’opera d’arte, tu stesso sei quel momento. La vita artistica non è una vita ordinaria: è un istante eterno. L’artista vive e dà senso a quell istante, dilatandolo nel (di)segno del proprio genio.
«Cosa provi mentre dipingi? »
«Mentre canto sono un fascio di idee che creano nuove forme ogni volta che le guardo. Voglio dire, sembra che se ne accorgano, è incredibile… L’altra sera eravamo in cucina, c’era una luce squallida, i colori erano il verde, il rosso e il bianco e nero tagliato. Ed eravamo soli, io e loro, come in un sogno, dentro colori sbiaditi ma allo stesso tempo forti, poderosi, convessi. Parlavamo, parlavamo ma non riuscivamo a parlare. Il nostro dialogo era una continua creazione di forme e colori che ridisegnavano i contorni astratti di quella solitudine a forma di stanza».
«Ma non capisco, questa solitudine evocava tristezza? Voi come vi sentivate? »
«Noi stavamo creando. Noi eravamo arte, in quel “momento”. Noi eravamo… Dentro un’arte c’è di tutto: schizzi di stelle, piogge iperboliche, luci taglienti, cascate di immagini iperuraniche, oggetti preadamitici, spiriti logici, sensazioni oceaniche, profumi onnivori… Dov’è il confine tra la solitudine e il suo opposto? Dove sono i limiti dentro quei parchi dell’Oltre? Che senso hanno? Come puoi farmi questa domanda? Noi ci stavamo varcando, non posso spiegarti a parole, le parole non colgono appieno la diversità degli aspetti. Ecco perché è necessaria l’arte, cioè l’esperienza dell’Arte. E’ nella sua natura, incarnare le sostanze in divenire, è nella sua natura imbalsamarsi nella contorsione di esse nel momento della trasmutazione, nel momento cioè, in cui divengono. Divine».
«E’ l’arte, il momento della trasmutazione, giusto? Voglio dire, è proprio lei che le trasmuta, no?»
«Sì. L’arte congela la diversità degli aspetti, ecco perché mi vedi strano, il mio volto non è un volto ordinario, lo sguardo di chi ha visto, è uno sguardo allungato, irrimediabilmente mutato. Per sempre».
«Uno sguardo contorto!»
«Proprio così. Contorto e trasmutato nella diversità degli aspetti del reale da esso sentiti, celebrati e infine incarnati. Penetrati da uno sguardo incrostato da calamite schizzate verso la sfericità, verso la perfezione. Verso ciò che diviene. (Il divenuto infatti, sarebbe troppo banale)».
«Qual è il culmine di questo divenire? »
«E’ così importante saperlo? Sono così importanti i “culmini”? I culmini sono importanti solo se non sono fini a se stessi, vanno visti esclusivamente come picchi su cui salire per poi planare giù, di nuovo a strapiombo dentro di te. Non esiste una fine. Il viaggio è pregno di colpi di scena, le fini sono solo apparenti, le morti solo nascite e gli errori gradini, segreti come piramidi, verso il cielo dell’evoluzione interiore, spiaccicata nel tuo sguardo, sempre all’interno, sempre in volo.
Il vero artista punta in alto».
«Cioè dove?»
«Nel posto più alto del mondo: il precipizio di Sé. Ma per aspirare a tanto devi spogliarti, devi toglierti via tutto, disincarnarti perfino. Guarda il mio volto, lo vedi? Perfino la pelle mi sono tolto di dosso, la mia immagine, ciò che mi definiva di fronte agli altri, la mia boa nell’oceano dell’apparenza.
Sangue! Sangue! Sangue e muscoli ora! Guarda, se hai il coraggio di guardare, di continuare… a confrontarti con l’onestà».
«L’onestà?»
«Certo amico dei perché, l’onestà, l’onestà! Questa figlia dell’arte dall’animo sensibile.
Chi è più onesto di un artista? Perfino la carne mi sono tolto, giù a fondo sono andato, fin dentro le ossa, smascherando le apparenze esteriori, penetrando i perché della mia carne. Io! Io si che so scavare dentro le cause, io me ne infischio degli effetti, io volo sempre a strapiombo denudando il mio io e voi lo vedete, lo vedete, lo vedete o no che mi sono sfigurato per amor del Bello?»
«Ma che cos’è l’arte?»
«E’ ricerca di Sé, nel segno della Bellezza. Attraverso la Bellezza, dentro di essa: la Bellezza di Sé è la Bellezza in sé - del mondo e della Conoscenza. (Il mondo esteriore è sempre il prodotto di quello interiore). E una vera ricerca è sempre integrale, include sempre le diversità degli aspetti che mutano, fino a contraddirsi nell’anima, nella contorsione di essa, visibile all’esterno, nel volto, nello sguardo, specchio magico dell’Io, spogliato dell’ego. Un ego tradito e abbandonato, finalmente e per sempre. Scaraventato giù, dall’oblìo dell’incarnazione e sbattuto per terra, calpestato e sfigurato anche lui, ucciso, bruciato dall’Operal Nero, divorato, masticato, e defecato giù dal profondo, lapidato, spezzato come uno specchio in mille pezzi nel cimitero del suo inganno, del suo significato nauseabondo».
«L’arte è anche una battaglia dunque…»
«Puoi vederla così se vuoi. Ma in questo caso sappi che è una battaglia per soli eroi. Non è per tutti».
«Cosa si vince?»
«La vittoria è il senso dell’esistenza e la conoscenza di Sé.
E’ bello cercarsi ed è bello trovarsi, è bello perdersi dentro confini solo illusori, creati dalla presunta concretezza di una realtà esteriore che si crede vera ma che in sostanza è più astratta di un sogno.
Ogni ricerca guarda lontano, ogni viaggio è sempre un disegno, ogni amore è sempre un salto, un’ebbrezza, un’onda di vita infranta nel sole, simbolo della luce che albeggia dentro e che cerca di uscire, di vedere, di farsi vedere e di svelarsi a se stessa quale morte del buio. Morte certa dell’apparenza, della realtà sbiadita, esteriore quanto un’immagine al cospetto di un’idea, quanto una lacrima di fronte a un Sogno. Quanto l’ozio che scappa ai piedi dell’essere, del sacrificarsi, cioè del farsi sacri al cospetto dell’Arte: contorsione mutante dentro un castello di specchi, dove le diversità rincorrono gli aspetti del reale, come binomi smarriti, e gli aspetti cercano una via di fuga, cercando di uscire dal divenire.
«Ma dove vorrebbero andare gli aspett(r)i?»
«Via dalle loro diversità, vorrebbero anche loro puntare all’unità, di se stessi col loro io, ma non è facile, sono confusi tra gli specchi che ne disorientano l’essenza, rendendoli diversi, ineluttabilmente diversi, fin dentro il profondo del loro esser reali».
«E allora come va a finire?»
«Che le diversità si mescolano agli aspetti della realtà, amalgamando un tuttuno che non può che contorcersi dentro il calvario di un destino segnato, animato dagli specchi, quali vene insanguinate dove scorre la vita».
«E l’arte?»
«L’arte è lo Spirito che incarna quel corpo dove scorrono immagini dagli aspettri diversi».
«Qual è il suo scopo?»
«Saperlo».
Racconto vincitore del Premio "Segni e Visioni 2007", ispirato all'opera pittorica Contorsione - la diversità degli aspetti, dell'artista vicentino Giorgio Dalla Costa.
Tratto da: Lucio Giuliodori, Arte Regia.