Lucio Giuliodori

Formation (Harry Rolland)

 
Vestite  di soli arcani.  Ascendono al suolo.  In fila aspettano il ritorno dell’uguale.   Scherzano. Ammiccano e sorridono felici.  Come bevessero un caffe in tinello.  Con le amiche.  A chiacchierare.  Snocciolando i segreti di vite appese al divenire.  Precipitturate nel solco  di un silenzio assordante  a strapiombo nell’eco  di un sestessismo caduto. 

Illuminata  (Michael Pearce)


Riflessa e screziata la realtà, impreziosita dall’asfalto del trascendente. “La mistica… lo stato naturale dell’essere”... Così sentenziava Zolla, scaraventando al manicomio tutto il resto del mondo. Che comunque non esiste.

Ogni idea è, per sé stessa, dotata d’una vita immortale, come una persona.  


Charles Baudelaire

When given dragonflies (Aleah Chapin) 



Quando le libellule arretrano e nel reale irrompono, il vento si screzia, i sospiri riflettono, ogni sguardo è una statua. Cimiteri risorti, alterità primigenie. Multilateralità sincroniche avanzano stordendo.  Indomite squadernano l’Unus mundus. E lo spazio scompare, sprofonda, scaraventa i suoi «che» nell’oblio. Stordisce ancora la purezza, la carne, il gelo di un attimo che abbraccia tutto il Reale. Soppiantandolo.

L’armadio normanno  (Ilaria del Monte)


Forse era proprio questa la Camera doppia dove Baudelaire scardinava i secondi distillandone l’eterno. I mobili che «assumono forme dilatate, prostrate, languorose», i mobili che «hanno l’aria di sognare: come vivi di un’energia sonnambula, come vegetali e minerali». E Poi le stoffe… Le stoffe che «parlano una lingua muta – simili a fiori, a cieli, a soli tramontanti». E inoltre le fanciulle: anch’esse si dilatano languorose dilatando il reale a loro volta esse stesse del reale chiave di volta esse stesse nel reale per una sola volta. Esse stesse umane, vegetali e minerali insieme: mutanti argonauti in uno spazio di stanza. Ovviamente infinito. 

Shark drop (Caleb Brown)


Sillogismi arresi  sorvolano a lato. Pace. Dionisiache fessure squarciano l’aria. Odi, canti, profumi. Tutto palpita nel cuore dell’istante. Tutto muore, arde d’amore, muore. Filosofiche immersioni, grida religiose, dogmi sgozzati. Tutto evapora, tutto scorre, tutto è magia. Canti sento, sento solo canti. Canto dunque, mentre cado canto. A strapiombo nel muro del suono, canto

Uncreated light  (Ville Löppönen)

 
Mantica scroscia, a frotte stride, crolla, sprofonda giù, a strapiombo, frana. Seppellisce il paradiso.   
La luce increata genera scompiglio negli incastri dell’irreale. Interna gli strapiombi, esterna  brividi di marmo che arringano al cielo.  
Srotola i sentimenti, «le piccole mani della mente». Abitano dimore appese, sospirano, non respirano. Come lemuri guardinghi… se li guardi sei perduto.  
Quella non intesa, non trafugata dallo spaziotempo, scampata all’umano, avvinghiata all’arché, sottesa all’archetipo, miscreduta: la luce mistica. 













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  In copertina: Steven Kenny, The crux III (Doves). 




Questo lavoro è un ekphrasis, ossia una raccolta di poesie ispirate a dipinti, in questo caso tutti dipinti surrealisti contemporanei.   
Ogni poesia porta il titolo del dipinto a cui è ispirata. 





ESTRATTO: