Lucio Giuliodori

Apnea di Luce. 

Viaggio interiore tra architetture perenni.

 

“Calde e suadenti parole ci violentano senza batter ciglio”. Un flusso di coscienza inarrestabile, un flusso “in esilio dal mondo” seppur nel mondo scaraventato, un’eruzione ontologica che copre tutto perfino se stessa e che però proprio in tale erosione si salva, si ritrova e si catapulta tra  “stelle pulsanti, stelle morte fagocitanti luce: stelle cannibali di stelle che aprono varchi antichi in questa selva di palazzi armati di cemento”.


Sono architetture tra le quali il poeta vive a tratti spaesato, spiazzato dall’assurdità del reale e a tratti invece terribilmente attratto dal suo irrimediabile mistero. Egli vaga in esso immergendovisi come uno di quei minuscoli esseri che si perdono nelle ombre delle piazze vuote di De Chirico, vuote di gente ma colme di enigma, lo stesso che cavalca il poeta come fosse un cavallo impazzito che lo contagia nella sua follia che a sua volta si riversa nel reale coprendo tutto ciò che è, in un terremoto di obnubilamento ontologico, tanto devastante quanto meraviglioso.


Si precipita a strapiombo nei quesiti che indomito, tra le righe divelte, il reale spiaccica in faccia al poeta: “In prima linea nella guerra fra Ordine e Caos, dove dobbiamo schierarci noi? Quale il nostro vessillo?” e ancora “Ma quella del nulla, è una malattia?  Un veleno o un farmaco? Noi usurpatori della carne, noi consumisti dello spirito. Quale cederà prima, il tuo spirito o il tuo corpo? Indifferenti all’ennesima alba di vuoto, le stelle danzanti sull’abisso partoriscono indisturbate il nostro destino”.

Le stelle, lo spazio vuoto dell’enigma dell’essere sono un cosmo che tutto divora nell’immaginario del poeta il quale tuttavia, come un moschettiere d’altri tempi – non ancora arrivati – riesce bene a destreggiarsi infilzando il velo di maya e squarciandolo di fronte al mondo, sventolandolo di fronte alla folla inesistente di un cosmo invisibile in cui nulla vive, nemmeno il suo abisso parallelo. Esiste solo una proiezione schopenaueriana che incessantemente ricrea  un regno che indomito colpisce il narrante in una macabra danza erotica senza esclusione di colpi: il poeta violenta l’essere e l’essere riviolenta il poeta, e il tutto si rotola su se stesso e si insegue incessantemente eternoritornando altrove, olograficamente.

Il poeta guarda spesso in faccia la morte: “Forse sopravviverò attònito alle incaute braci del cielo che scintillano silenziose  sotto una strana coltre di nuvole. Ma la caducità della vita avanza desta e l’indomito Re dell’Oltre può avere luogo, qui-e-ora. È Lui che richiama il potere celeste alla terra. Imperatore Noumenale, verso le stelle cadute”.

Drago tuttavia lo sfida, lo conosce, lo fulmina col pensiero, in una battaglia, neanche a dirlo, profondamente metafisica, una battaglia tra lui e l’Assoluto: “Quel motore immobile  mai sazio di realtà, non è mai stato davvero unico.  La sua è una solitudine irreale, un solipsismo autoimposto da chi non ha mai accettato la verità”.

E’ il poeta a vincere, forte di una consapevolezza arditamente raggiunta: “L’Io reale è il solo demiurgo dell’Essere. L’Io reale è il solo imperatore della Coscienza”.

Lo sguardo dell'artista oltre gli altopiani del reale, è calmo e sereno, in quanto sa che: “una solenne santità di perfezione ontologica  ci attende famelica, alla fine di ogni via”. Fa pace col mondo Drago, fa pace con la morte che diventa Alleata, complice nel supremo momento di trapasso: da porta dello spavento supremo a porta regale florenskiana spalancata sulla bellezza del mondo invisibile.

A cospetto dei segreti della metafisica l'artista appare sempre gaio, tronfio, coraggioso, sereno, fiducioso di aver trafitto il più angusto di tutti i misteri: “Nessuna mela potrà condannarci più. L’albero della conoscenza dimenticato ai bordi del tempo, è ora carico di frutti”.

Questa felicità raggiunta conferisce spessore al bagaglio conoscitivo del poeta-iniziato che su di essa si adagia, forte del suo successo raggiunto, un successo “per tutti e per nessuno” verrebbe da dire – pace sì, ma sull’orlo dell’abisso però. Per Drago però va bene così, quella infatti è casa sua. Lui è perennemente “in rotta di collisione con l’orizzonte degli eventi” sempre danzante sul lembo di questo splendido e seducente strapiombo, cementato dalle apnee di luce che “si susseguono come una reazione a catena di meravigliosi amanti scellerati, in rotta di collisione con le ordinarie leggi del tempo”.

Il narrante è costantemente col fiato sospeso, sospeso dalla meraviglia di gettarsi di fronte a quel trampolino ontologico che è il suo poetare, un rincorrere le apnee di luce: attimi rari di pietrificazione dell’essere che cementano il respiro ma solo per un secondo per poi liberarlo di nuovo e farlo rotolare giù ancora a capofitto in “questo mondo di rovine che pretende senza titolo, di essere la nostra casa.  La sua strana collezione di spettri è come una timida scintilla in fuga dal creato che riemerge ora, dall’abisso informe”. La chiave di volta per scassinare il reale tuttavia esiste, il poeta la maneggia come un cow boy maneggia la sua pistola, la estrae all’istante per uccidere gli spettri che instancabilmente gli si inchiodano davanti, suicidandoglisi alla soglia del suo uscio alchemico, quasi a schernirlo o a sfidarlo, lui che continua a mitragliarli con le forze ancestrali dei proiettili che si va a prendere nel cosmo oscuro dal quale fa avanti e indietro in un’incessante vortice di spazi e tempi non ancora inventati.

E’ l’ora delle sfide alchemiche più alte, dei salti mortali della metafisica platonica, delle baudelairiane corrispondenze elevate alla seconda attenzione, è ora di “cibarsi di Luce. Quella gemella del Buio”. E’ ora di far “sfavillare lo zolfo delle nostre fornaci nucleari”, “è tempo di distruggere le matrici platoniche del pensiero e riuscire a crearne di nuove”. E’ l’ora adesso, in quanto è “ormai estinto ogni fuoco combustibile  per espanderci nella singolarità”.

L’artista conosce bene la strada, un sentiero che solo lui vede, che solo lui crea, che solo a lui appare: “Paesaggi olografici: un flusso di coscienza  oltre questa prigione di vetro, si dipana lentamente dalla nebbia, come a comunicarci la mistica del nostro sentiero”.

E’ un continuo andirivieni, su e giù dal centro dell’essere - al centro del nulla, una catapulta continua che ammazzerebbe ogni ente, tutti tranne l'artista che invece in tal sentiero  trova il suo “principio solare”, una colonna che guarda caso piomba nell’al di qua, “si trasferisce al mondo:  un olografo dimensionale  che sintetizza materia e forma, per disseppellire le polveri astrali dell’anima”.

Seppur evolianamente “tra le rovine”, seppur heideggerianemnte “gettato nell’orizzonte  degli eventi dell’essere”, seppur rimbaudianamente “condannato all’’ennesima stagione all’inferno”, seppur bretonianamente “collasato dalla mente vigile”, seppur sgalambrianamente  costretto a varcare “la porta dello spavento supremo”, seppur cioraniamente “tentato ad esistere”, il poeta trova la “lucidità cristallina di calvalcare la tigre” attraverso la “reminiscenza di un miracolo ontologico”, riscrivendo lui stesso “l’auto-disvelamento dell’essere nel mondo”.

Questo è possibile perché: “Seppur in bilico lungo il suo orizzonte degli eventi, mantiene saldo il suo asse verticale del tutto allineato con la sua fiamma interiore, il suo fuoco aurico”. Il malloppo ontologico è assicurato in quanto: “Tutto quello che ho perso è ancora qui con me. Non mi abbandona nemmeno la solitudine del mio Parallelo Opposto” – citazione quest’ultima che ha il piacere d’intendere solo chi scrive, rimbalzandolo nei meandri della sua memoria e dei suoi canti potenti e prepotenti.

Tornado al poeta, è un tragitto impervio il suo, un salto nel male, faccia a faccia con la “morte seconda che incombe”, quella vera, la morte dell’anima: “Seduti al banco del potere, discutiamo di pace  con i nemici dell’umanità,  ignari delle loro reali identità. Come piccoli eroi crediamo di poter trattare con le loro vili pretese. Esistenza, vita, una deliziosa catastrofe ci viene venduta a buon mercato, quasi vicina alla scadenza. I tiranni della soglia ci hanno ingannati fino al midollo, facendoci scimmiottare il ruolo di sciocchi sul teatrino del mondo: agili primati fluttuanti di palazzo in palazzo alla ricerca della finestra piu ricca”.

Consapevole che quella del karma è una funzione che “colleziona e smaltisce i popoli, un’industria inquinante che produce piccole anime in serie: rifiuti organici che alimentano il mercimonio dello spirito”, il poeta, che si sente “un uomo inscatolato nella carne di un ateo silenzio”, ha comunque sempre ben in mente il traguardo da trafiggere. E’ la vittoria che punta, arditamente, futuristicamente, mandando all’aria tutti i marcibondi ingranaggi della psische, frantumandoli al suolo, sbattendoli via dalla porta del passato, vomitandoli al vento dello scientismo: “Facciamolo esplodere allora, questo egoico palloncino fluttuante, inutile vescica satura di rancore. Una semplice deflagrazione silenziosa e rinnoviamo a fuoco lento la nostra intima autobiografia interiore. Quella stellare, quella ontologica”.

Apnea di luce è un testo iniziatico ma è anche un diario di avventure interiori, di scorribande metafisiche e vandalismi cosmici, un riassettamento del mondo interno e di quello esterno mai minimamente divisi, mai minimamente esistiti secondo le categorie della ragione calcolante che può anche continuare a calcolare le sue edulcorate elucubrazioni mentre poeti dell’oltre come Drago, si immergono, in segretissima solitudine, nelle falle del ciò che è, nel tutto quello che gli altri non vedono, in un esercizio marziale, al contempo ordinato, disciplinato e anarchicamente impazzito, seppellito nella meravigliosa assenza circostante.


Intorno al poeta non esistono individui, non esistono luoghi, non esistono perché è tutto precipitato dentro, fin dall’inizio. Il mondo esteriore è crollato da sempre, un esperimento venuto male a quel dio plastico, finto motore immobile, massimo impostore cosmico, assenza suprema, “il grande estraneo”, come lo definiva Cioran.

Tutto esiste e palpita nell’infinito che collassa ab intra, dove l’argonauta ambula ed ha ambulato da sempre, da fin quando il tempo ha cominciato a sussurrarsi, a contraddirsi, a manipolarsi per far piacere allo spazio, altra finzione inammissibile, costantemente bastonata dal poeta che col suo balzo danzante la rimette in riga ad ogni istante - eterno ovviamente.

Apnea di luce riflette una sensibilità ricca, triste per le deficienze del mondo ma fiera nel trafiggerlo, nel trascenderlo, nel superarlo, nel trovarne uno migliore, nel costruirselo ad arte tramite suoi modelli iperuranici e infallibili.

Apnea di luce parla di vittoria, seppur breve sia essa, l’attimo di un’apnea appunto ma pur sempre di luce, un attimo che se raggiunto ripaga da tutte le sofferenze, un attimo che se vissuto riempie di senso l’esistenza. Seppur cioraniano è il sentiero per raggiungerla, questa vittoria, nel promontorio del suo trionfo, travolge il tutto e infilza l’essere, ricolmandolo di sé. “Un attimo per il quale si potrebbe dare la vita intera” diceva Dostoevskij, una visione in cui sparisce tutto e rimangono solo l’Attimo e l’Iniziato, un’ “eiaculazione di solitudine” come direbbe Drago che cambia la maschera al mondo, una cascata di deità, un’apnea di luce assordante.

 

 
Lucio Giuliodori

 

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