Lucio Giuliodori

L'aura del sacro nel sincretismo iconografico di Alessandro Bulgarini






Sincretico è ciò che ingloba prospettive noetiche apparentemente differenti e lontane nel tempo, le unifica e le armonizza alla luce di una filosofia transtemporale e transculturale, perenne appunto, che frattalicamente include e sottintende anche lo stesso fenomeno religioso nella sua globalità, nella sua matrice primaria che pertiene al sacro.
Si allude qui ad un’esperienza diretta della coincidentia oppositorum, un’esperienza metafisica che in quanto tale scardina le possibilità descrittive nonché gli ingranaggi della ragione calcolante e del pensiero sequenziale, le distinzioni binarie, dialettiche e causali alla luce di una possibilità, per nulla astratta purtuttavia stordente che Zolla riassumeva nella «compresenza dell’universo in ogni suo punto»[1]. Il sincretismo è un prisma in cui le varie tradizioni sapienziali della storia dell’umanità sfolgorano armoniosamente in una prospettiva di tolleranza e arricchimento. Credo parta da questo affascinante presupposto il lavoro, serio e fruttuoso, dell’artista in questione, che proprio nella ricerca del vero fonda il suo orizzonte artistico.


Quella di Alessandro Bulgarini è una pittura al contempo ermetica e surrealista, che in un affascinante periplo sincretista fonda la sua matrice estetica. Persistente è la ricerca del sacro e del suo congenito carattere cangiante che si occulta e si svela a condizione di un atteggiamento profondamente percettivo presente nella prospettiva del pittore bresciano che coagula arte e conoscenza, visioni e intuizioni in un percorso che fonda in interiore homine quel sentiero iniziatico che se solo intrapreso diviene manifesto: Visita Interiora Terrae come recita un suo dipinto citando il celebre motto alchemico. E’ in questo senso che la concezione estetica di Bulgarini si fa ierofania, portatrice di codici tutti da svelare, come nel caso del bellissimo Papa apocrifo dove sottesa c’è una sacrosanta critica al cattolicesimo come religione istituzionalizzata, inquisitoria ed ipocrita, nei fatti e nei concetti, in chiara antitesi con una prospettiva gnoseologica che nell’elemento esoterico vede il suo presupposto fondante e operativo di liberazione ontologica. Ed ecco che allora viene in aiuto La grande madre che celebra una prospettiva pagana, gioiosa, animica e, usiamo il termine senza abusarne, «spirituale». Ad essa si contrappone ancora, sul piano concettuale, l’emblematico Dei-cide (autodafè) dove un richiamo, quasi nietzscheano, risuona esplicito.


Il richiamo all’autoconoscenza è onnipresente, pensiamo a The Bird of Self-knowledge, dove l’invito alla Via iniziatica è evidente nella sua simbologia imperniata sull’auto-osservazione e il ricordo di sé.
Molteplici sono le citazioni alchemiche, dal magnetico Alkaest (il solvente universale) al Cristico (Dis)solve et coagula, fino all’esplicito Alkimiya. In questi dipinti, più che in altri è oltremodo palese il monito della ricerca interiore, della trasmutazione, del fuoco dell’opera al nero, dei gradini e dei passi iniziatici da superare in vista del traguardo: la conoscenza segreta, l’evoluzione, l’harmonia mundi.


Asserisce Eliade: «L’irruzione del Sacro non proietta solo un punto fisso in mezzo all’amorfa fluidità dello spazio profano, un centro nel caos; essa dà luogo inoltre a una rottura di livello, apre la via di comunicazione tra i livelli cosmici (terra e cielo) e facilita il passaggio, ontologicamente,da un modo di essere a un altro»[2]. Florenskij direbbe: «dal reale al più reale».
E’ questa via di comunicazione sovrasensibile, rottura di livelli ontologici, che la pittura di Bulgarini si prefigge di creare, la ricerca, costante, di un piano ulteriore dell’essere a cui approdare e lì fermarsi, permanere, fluttuare al di là dell’«amorfa fluidità dello spazio profano», sprofondando nella transempiricità del sovrasensibile attinto tramite l’esperienza artistico-esoterica: pensiamo a Iconostasi, omaggio al già citato filosofo russo Pavel Florenskij e alla sua ricerca estetico-metafisica del contatto tra i due mondi: visibile e invisibile.


Questa ricerca interiore, che è espletata nella pittura ma nasce e cresce su vari livelli paralleli, intellettuale, spirituale, artistico, è mossa da un empito sincretista, pensiamo all’opera L’Adamo ed Eva sincretico, in cui è assente ogni forma di peccato e in cui il volto cosmico di Eva e la raffigurazione del serpente-kundalini, ridonano all’uomo quella congenita unione col Tutto, strappata con violenza dal dogmatismo monoteista, che è base di ogni vero inizio di conoscenza e libertà interiore. L’uomo è un re, un mago, brunianamente in armonia con l’universo che gli scorre dentro, come ci suggerisce l’Eva del dipinto: egli non pecca semmai conosce e più conosce più amplifica il suo potere, un potere che non ha per nulla bisogno di Dio in quanto già di per sé trascendente, già di per sé deificato, purificato, fortificato dal percorso iniziatico intrapreso, come suggeriscono anche i numerosi disegni su carta ai pigmenti d’oro filosofale, fra cui il suggestivo Falling ego (mortificatio) oppure l’incantevole Apò-kalyptein in cui l’occhio interiore non appare solo al centro della fronte ma si moltiplica nel corpo, quasi a suggerire un imprescindibile entanglement tra carne e spirito: l’uomo vede e conosce con e nella sua integralità, tutto il suo essere diventa Inneres Auge, per citare Franco Battiato.


Le opere di Bulgarini sono inviti a gettare lo sguardo interiore, su varchi quadrimensionali svelatori di realtà onnipresenti su piani paralleli, piani che risuonano con ciò che la cultura e la società religiosa e scientista ha voluto cancellare e demolire, facendocene perdere memoria perfino.
Ed è sulla scia di questa ricostruzione delle sgretolate fondamenta noumeniche dell’essere che il pittore inserisce il suo percorso artistico-iniziatico, andando alla ricerca di quegli attimi rari che nella loro intensità rovesciano il fenomenico mondo dell’apparenza meccanicista.


Tornano ancora in mente le parole di Elémire Zolla che in Aure afferma: «Sapienza insegna a guarnire l’intimità come una dimora e a centellinare i ricordi raccolti, eliminando tutto salvo la memoria delle ore elette, quando sarebbe stato assurdo domandarsi il senso della vita, perché stava lì davanti a noi, reso sensibile in un’aura. La felicità intima è l’evocazione di questi momenti vissuti nel passato ma mai trascorsi, delineati nella luce limpida, abbagliata dell’interiorità, più vera di quella del sole»[3].
La ierofanica pittura bulgariniana si fa memoria delle ore elette, magicamente riapparse, ridipinte e ridimensionate nell’invisibile inondante il visibile.


Lucio Giuliodori



Note:
[1] Zolla E., La filosofia perenne, Mondadori, Milano 1999, p. 21.
[2] Eliade M., Il sacro e il profano, Bollati Boringhieri, Torino 2006, p. 45.
[3] Zolla E., Aure. I luoghi e i riti. Marsilio, 2003.