ABSTRACT

Lucio Giuliodori

Arte e malattia – allucinazione e realtà:

Giorgio De Chirico e la percezione metafisica del reale.

Dal punto di vista metafisico non c’è patologia.

Elémire Zolla

Atti della conferenza «ПРОСТРАНСТВО НАУЧНЫХ ИНТЕРЕСОВ: ИНОСТРАННЫЕ ЯЗЫКИ И МЕЖКУЛЬТУРНАЯ КОММУНИКАЦИЯ». 

Moscow Higher School of Economics, Dipartimento di Lingue Straniere,

Mosca, Russia, 04/2019.

Tra i vari ed innumerevoli disturbi di salute di cui De Chirico soffrì per gran parte della sua esistenza, uno risulta particolarmente rilevante nell’analisi della sua produzione artistica: l’aura emicranica e le sue conseguenti allucinazioni.

Il paper vuole soffermarsi sul ruolo che esse effettivamente svolsero inquadrandole sia nell’economia della produzione artistica che in quella della Weltanschauung - infatti se da un lato esse  offrivano imprescindibili spunti di ispirazione e intuizioni artistiche, dall’altro scardinavano la percezione di una realtà già percepita filosoficamente, nietzscheanamente: l’intento principale della Metafisica era scoprire (per poi dipingere) il mondo nella sua quintessenza, guardandolo “come fosse la prima volta”.

E’ sulla scia di questo sguardo che le allucinazioni emicraniche giocano un ruolo fondamentale:  a volte scambiate per vera realtà, a volte per presunti poteri di percezione-intuizione di una dimensione superiore o parallela che solo lui vedeva, esse alimentarono quel carattere prettamente elitario che il Pictor Optimus automaticamente attribuiva alla sua figura, sia sul piano artistico che esistenziale.

In conclusione il mio studio intende: 1) Stabilire in quali modalità la suddetta malattia fosse anche concreta fonte di ispirazione e rivelazione. 2) Evidenziare come la stessa ingigantì il già voluminoso ego del pittore accrescendone la convinzione di presunti poteri divinatori o iniziatici.

 

 

Keywords: De Chirico, Italian Studies, Neuroestetica, Avanguardie, Pittura Metafisica, Aura emicranica, Allucinazioni, Arte-malattia.

 

 

 





 

 

 


 



 

Introduzione



De Chirico, una delle più insigni figure del Novecento, rappresenta un cardine fondamentale nel panorama intellettuale italiano del secolo scorso, ricchissimo di fermento in seno ai vari ambiti del sapere.
La Metafisica ha rappresentato un unicum irripetibile nel milieu delle avanguardie, non solo perché animata da un sostrato filosofico che la proiettava nell’analisi di questioni epocali e perenni ma anche perché, a differenza ad esempio del Surrealismo, tutt’ora pienamente attivo[1], nacque e culminò con lo stesso De Chirico[2].
Continuare a confrontarsi col Pictor Optimus, risulta dunque doveroso, come doveroso è scavare, con rigore e meticolosità, negli aspetti del suo pensiero ancora poco studiati o approfonditi. Sulla scia di questo obiettivo si propone l’analisi del mio paper la quale mira ad investigare il connubio arte-malattia con i vari e imprescindibili risvolti che ne conseguono.

De Chirico, soffrì per gran parte della sua vita di innumerevoli disturbi di salute, tuttavia uno di essi risulta rilevante nell’analisi della sua produzione artistica: l’aura emicranica e le sue conseguenti allucinazioni che per il Maestro furono spesso e volentieri fonte di ispirazione.
Esse di fatto, amplificarono lo sguardo, già profondissimo che il Maestro gettava quotidianamente sul mondo esterno, riflettente a sua volta di colori propri che solo lui vedeva.  Il “terzo occhio” dechirichiano filtrava il reale, lo spogliava della sua “carne” fino a giungere a scorgevi lo scheletro in un’operazione quasi sciamanica, di vero e proprio smembramento del reale. Scorticando la realtà De Chirico arrivava a vederne, usando le sue stesse parole, il “fantasma”.
A differenza del Surrealismo, De Chirico non intendeva andare “al di là delle cose” bensì dentro di esse, spogliarle del pesante e incrostato sostrato di apparenza e vederle nella matrice essenziale, nel loro “spettro”.

Fin troppo facile immaginare e dipingere una realtà onirica occlusa al conscio, dove la giustapposizione rimescola le carte di un’oggettività ormai irretita, fin troppo scontato e pleonastico tracimare elementi appartenenti a contesti dissimili, accostati e forniti di nuova vita, vita incomprensibile all’asettica ragione calcolante ma accettabile dalla sfera inconscia. De Chirico non era interessato a tutto ciò. Sebbene i suoi legami col Surrealismo furono all’inizio forti (pensiamo allo scambio di effusioni con Breton, palesemente evidenti nel carteggio[3] o pensiamo alla sincera stima reciproca tra lui e Magritte), il Pictor Optimus, fin da subito tracciò solipsisticamente una linea che per nulla afferiva a tutto ciò che lo circondava dal punto di vista artistico. Quella linea era appunto la Pittura Metafisica. De Chirico usa una tagliente espressione per descriverne il principale intento: “vedere il mondo come fosse la prima volta”. L’incisività poetica e filosofica di quest’ affermazione è ben argomentata da De Chirico: «I nostri sensi e tutte le nostre facoltà cerebrali, sotto la scossa della sorpresa, smarriscono il filo della logica umana, di quella logica a cui siamo abituai fin dall’infanzia, o per usar altre parole dimenticano, perdono la memoria, la vita intorno a loro si ferma, e in quell’arresto del ritmo vitale dell’universo le figure che noi vediamo, pure senza mutar forma materialmente, s’offrono ai nostri occhi sotto aspetto di spettri»[4].

Come sottolinea uno studioso attento quale Fagiolo dell’Arco: «De Chirico guarda l’ambiente che lo circonda (uno spazio largo, una chiesa gotica, un monumento ottocentesco) ma proprio per la sua condizione psicologica arriva a dipingere (a vedere) qualcosa di abbastanza diverso (uno spazio compresso, un tempio greco, una statua antica). E’ tutto qui il significato della Metafisica: vedere una cosa e andare oltre»[5].
La sua naturale attitudine a vedere oltre, ben caratterizza il personaggio in questione, un artista che oltre a dipingere rifletteva sul fantasma delle cose e lo faceva inoltre tenendo Nietzsche quale timone del suo percorso[6].

 

 

 
 

Che cos’è l’aura emicranica


La sua specifica percezione del reale era, seppur parzialmente, influenzata dai suoi disturbi di salute, uno in particolare: l’aura emicranica e le sue conseguenti allucinazioni. Ciò che risulta di importanza radicale ai fini del nostro studio è considerare come a De Chirico per tutta la vita non gli fu mai fornita una diagnosi al riguardo: letteralmente non sapeva di soffrirne pur esperendone però gli inusuali sintomi, le allucinazioni appunto[7]. Della sua totale ignoranza riguardo alla malattia di cui soffriva, se ne ha riscontro nei suoi scritti, dalle Memorie[8] a Ebdòmero[9] ad esempio, dove non solo si rileva appunto la sua totale inconsapevolezza, ma se ne appurano le incidenti conseguenze deflagrate soprattutto sul piano della personalità, alterata da un ego ingigantito dal fatto di “vedere ciò che gli altri non vedevano”.

In sostanza De Chirico, anche sulla scia di queste allucinazioni (scambiate per visioni e rivelazioni) e sulla scia dell’amore per Nietzsche, si sentiva una sorta di superuomo, di eletto, di essere superiore. In ogni modo andiamo con ordine, accingendoci innanzitutto ad analizzare questa patologia, fonte tanto di stress quanto di ispirazione per il Maestro. Nicola e Podoll nel loro dettagliato saggio L’aura di De Chirico. Aura emicranica e pittura metafisica, definendo l’aura asseriscono che essa «sintetizza  un insieme quanto mai variegato di eventi. Molto comune è la comparsa di fenomeni ottici e luminosi, di luci o linee a zig zag, oppure veri e proprio buchi nel campo percettivo (scotomi) o addirittura allucinazioni visive. I pazienti riferiscono spesso di vedere forme architettoniche simili alle mura di una città fortificata, tanto che una delle allucinazioni più tipiche è detta “spettro di fortificazione”»[10]. Le conseguenze sono trattate dal celebre neurologo Oliver Sacks nel suo Emicrania, edito da Adelphi, e tra le principali annovera: allucinazioni e disordini complessi della percezione visiva, difficoltà di percezione del proprio corpo, stati di sdoppiamento o moltiplicazione della coscienza, distorsione della percezione temporale[11].

L’aura può sorgere all’improvviso senza una causa apparente, non è dolorosa e non intacca in alcun modo le capacità intellettive, va notato che può presentarsi sia nello stato di veglia che in quello di sonno, in quest’ultimo caso va ad intaccare ovviamente i contenuti del sogno. Per ciò che concerne l’aura nella veglia, va sottolineato che il soggetto rimane totalmente vigile e cosciente per tutto il considerevole lasso di tempo di azione dell’aura, circa venti minuti. Egli dunque può osservare ed eventualmente disegnare i fenomeni di contenuto visivo che gli si propongono innanzi.
A questo riguardo le allucinazioni risultano essere i fenomeni che più interessano questa ricerca per la notevole influenza che esse ebbero nella pittura del Maestro il quale nel celebre testo autobiografico Ebdòmero, parla ripetutamente di allucinazioni che cominciarono fin dall’infanzia.

Queste allucinazioni, come affermano Nicola e Podoll, si dividono in due tipi: complesse ed elementari-geometriche. Le prime vanno a qualificarsi quali vere e proprie costruzioni pseudo-percettive in cui compaiono figure riconoscibili e appartenenti alla percezione sensoriale. Ecco una delle innumerevoli testimonianze riportate dal pittore nel suo Ebdòmero: «A volte si vedeva… un paesaggio primaverile, d’una poesia e di una tranquillità stupefacenti: poggi verdeggianti e teneri inquadravano un sentiero ombreggiato dai mandorli in fiore; su questo sentiero una donna giovane e bellissima. Tutta di bianco vestita e dal volto pensoso e grave, camminava lentamente»[12]. In altre circostanze invece era alle prese con fiamme[13], paesaggi[14], scene rurali[15] e addirittura orribili gnomi[16]. Sempre nel testo De Chirico dice apertamente di non fidarsi di se stesso e delle sue percezioni, afferma che «non era un uomo da fidarsi delle apparenze; si ricordava di quante volte, nella sua giovinezza, le apparenze lo avevano ingannato»[17]. Altre volte ancora invece  si ricorda di «quella volta in cui un’enorme maschera  apparve sul soffitto della mia stanza da bambino una notte in cui non riuscivo a dormire»[18]. E poi ancora: “Durante le allucinazioni diurne della mia tenebrosa infanzia vedevo la tragedia del Golgota sopra un viale cittadino ombreggiato da due filari di alberi di pepe”[19].

Un’altra caratteristica prominente dell’aura è l’imprevedibilità che fa vivere in un perenne stato di allerta essendo l’aura stessa sempre in agguato, in procinto di manifestarsi. «Questo senso di imminenza è precisamente la dimensione poetica fondamentale della Metafisica. Lo stato temporale delle Piazze d’Italia è quello dell’attesa; vi è in esse qualcosa di simile ad uno stato prodromico. Si sente che un evento spiacevole sta per accadere, qualcosa di inevitabile ed inspiegabile assieme»[20]. Jean Cocteau nel suo saggio Il mistero laico afferma che «quando smettiamo di guardare una città di De Chirico, monsier X… svolta l’angolo della strada, l’attraversa, tira fuori dalla tasca la chiave ed entra in casa»[21].

Un’ultima considerazione va fatta riguardo all’emicrania addominale, uno dei sintomi della malattia di cui soffriva il Maestro infatti sono anche forti dolori all’area dell’addome, disturbi di cui De Chirico parla ripetutamente nei suoi scritti, su tutti la celebre descrizione del momento della rivelazione in Piazza Santa Croce a Firenze[22]. Di questi disturbi non abbiamo menzione solamente negli scritti ma anche nelle opere pittoriche, i vari Archeologi dipinti dal Maestro presentano tutti un addome ricolmo di cose e di oggetti tra i più disparati, si va dai templi greci alle squadre e le figure geometriche. I pensieri ma anche le preoccupazioni o le stesse ispirazioni del Maestro sembrano dunque affollarsi (anche) nella sua pancia.

 

 
 
 

L’aura come fonte di rivelazione

 
Al di là della sofferenza che una crisi emicranica può comportare, non si può non convenire – e molti artisti sofferenti di emicrania lo fanno[23] – che l’aura oltre ad essere una malattia va a configurarsi in campo artistico quale vero e proprio privilegio o dono addirittura e d’altronde lo stesso Nietzsche affermava che «la malattia può diventare uno stimolante energetico per vivere, per vivere di più»[24].
«In effetti l’aura emicranica ha tutte le caratteristiche per diventare una fonte di creatività, ancor più del sogno. Si svolge senza intaccare la lucidità intellettuale, si ripete molte volte in modo pressoché uguale, si connette nel suo decorso a precisi stati emotivi, mostra assurdità che intaccano la fede nella logica e quando è accompagnata da paramnesie o da illusioni visive  (per esempio metamorfopsia, fenomeno corona, autocinesi) conferisce agli oggetti quotidiani un aspetto del tutto inusitato»[25].

Va da sé che l’aura emicranica si configura quale vero e proprio supporto di percezione e quindi di ridescrizione della realtà, una realtà rivelata. Come già si è accennato nell’introduzione, una delle visioni più frequenti per chi è in preda ad un allucinazione prodotta da aura emicranica sono le forme a zig zag (abbondantemente presenti in opere quali Il rimorso di Oreste e Il ritorno al castello, entrambe del 1969) e le figure geometriche, di cui l’opera di De Chirico è colma. Tanto i manichini quanto gli archeologi ad esempio, dipinti e ridipinti in innumerevoli tele sono supportati da elaborate costruzioni geometriche, i manichini solitamente ne sono adornati sulle spalle o comunque dietro o intorno a loro, quasi fossero un vero e proprio supporto vitale, loro sezione essenziale. Negli archeologi come si evidenziava nel paragrafo precedente sono invece presenti nell’addome, in entrambi i casi tuttavia esse sono parte integrante del corpo, come parte integrante dell’essere umano De Chirico sono le allucinazioni prodotte dall’aura emicranica. Le figure geometriche, come quelle a zig zag vano a configurarsi come vere e proprie rivelazioni in quanto rivelano un altro volto del reale, un volto ulteriore, metafisico appunto. Ascoltiamo il Maestro a tal proposito: «Le squadre ossessionarono ed ossessionano ancora la mia mente: le vedevo sempre spuntare come astri misteriosi dietro ogni mia raffigurazione pittorica»[26].

Quella di De Chirico dunque è una “pittura rivelata”. Come egli stesso afferma: «Il pittore, che ha avuto la vera rivelazione, ci traccia l’immagine di quelle cose strane, inconcepibili per la nostra logica e che non sono i frutti della sua immaginazione, ma l’immagine fedele di un mondo differente dal nostro, veduto da un uomo eletto, e che nessuna fantasia umana riuscirebbe a creare»[27]. L’artista dunque non ha inventato, ha visto.
Come afferma Cocteau, «in una tela di De Chirico gli oggetti non si sono dati appuntamento»[28], questo perché lo spaesamento permea gli scenari rivelati del Maestro, descritto da Cocteau proprio come pittore “spaesaggista” appunto[29]. L’autore francese inoltre descrive le rivelazioni dechicrichiane come miracoli:
«Egli sostituisce alla rappresentazione dei miracoli con cui i primitivi  riescono a stupirci, i miracoli che vengono da lui solo. […] De Chirico è in definitiva un pittore religioso, un pittore religioso privo di fede. Il pittore del mistero laico. In quanto tale ha bisogno di miracoli, ma il suo realismo gli impedisce di dipingere miracoli a cui non potrebbe prestare fede. Bisogna che ne produca lui stesso, collocando oggetti e personaggi in circostanze fortuite»[30].
Produce miracoli, ossia eventi stra-ordinari perché gli vengono rivelati e l’aura va a costituirsi dunque quale precipuo organo rivelatore dei suddetti eventi.

Affidiamoci alle parole dello stesso Maestro riguardo a una delle sue innumerevoli rivelazioni:
«In un brillante pomeriggio d’inverno, mi trovavo nel cortile del palazzo di Versailles. Tutto mi guardava con uno sguardo strano ed interrogatorio. Vidi allora che ogni angolo del palazzo, ogni colonna, ogni finestra possedeva un’enigmatica anima. Vidi attorno a me gli eroi di pietra, immobili sotto il cielo chiaro, sotto i freddi raggi di un sole d’inverno splendente senza amore come una profonda canzone. Un uccello cantò in una gabbia appesa a una finestra. Allora io capii tutto il mistero che porta l’uomo a creare certe cose. E le creazioni mi parvero ancora più misteriose dei creatori: è inutile cercare di spiegare certe cose scientificamente, non si arriva a nulla. Il palazzo era come l’avevo immaginato. Avevo il presentimento che dovesse essere così, che non potesse essere altrimenti. Un legame invisibile lega tutte le cose, e in quel momento mi sembrava di aver già visto quel palazzo, o che quel palazzo fosse già esistito una volta, da qualche parte; e le finestre rotonde; perché sono un enigma? Perché possono essere solo francesi? Cosa altro potrebbero essere? Non hanno una strana espressione? …allora più che mai io sentii che tutto laggiù accadeva fatalmente, ma per nessun motivo e senza ragione»[31].

In questa lunga citazione sono presenti diversi elementi tipici della prosa e delle esperienze dechirichiane, innanzitutto un noto sintomo emicranico e cioè lo stato mentale di derealizzazione, cioè la sensazione che il mondo appare irreale o comunque diverso dal solito, abbiamo poi ovviamente l’immancabile senso di mistero che pervade tutte le cose legate invisibilmente fino ad arrivare a un timbro nietzscheano sull’accadere degli eventi in assenza di ragione e poi, quasi immancabile, il déjà vu. In questa citazione di De Chirico inoltre, quest’ultimo è ben descritto e ci fornisce un’idea adeguata di che cosa esso realmente costituisca per gli emicranici. Noi tutti infatti possiamo avere avuto almeno una volta nella vita un’esperienza di déjà vu e sappiamo benissimo quanto essa duri, la frazione di un istante o poco più, per i malati emicranici invece essa occupa un lasso tempo molto più lungo.


Possiamo solo provare ad immaginare cosa significhi provare un’esperienza di questo tipo che duri ad esempio una decina di minuti, ovvio il profondo senso di spaesamento che De Chirico vive come “rivelazione”, ossia l’esperienza della percezione di una realtà che è appunto diversa, vista e vissuta realmente in modo discorde, metafisico per l’esattezza.
Nel saggio del 1938 Sono stato a New York, De Chirico descrive il suo arrivo in città: «Una volta superata questa frontiera si è dall’altra parte; che sia meglio o peggio non lo so; quello che so è che si è in un altro mondo; in un modo impercettibile tutto è cambiato; ci si sente un po’ come se si fosse morti; naturalmente ci si muove sempre, si mangia, si fuma, si passeggia, si conversa, si legge, si fa qualsiasi cosa come prima, ma in tutto questo c’è un poco dell’attività del fantasma…»[32]. Il ruolo del “fantasma” ci introduce al tema del successivo paragrafo.

 

 

 
 

L’influenza dell’aura nella personalità

 
«L’uomo imbecille, cioè l’ametafisico è istintivamente portato verso l’aspetto della massa e dell’altezza, verso una specie di wagnerismo architetturale. Affare d’innocenza; sono uomini che non conoscono il terribile delle linee e degli angoli; sono portati verso l’infinito ed è in ciò che si palesa la loro psiche limitata, chiusa entro la stessa cerchia di quella femminile e infantile. Ma noi che conosciamo i segni dell’alfabeto metafisico sappiamo quali gioie e quali dolori si racchiudono entro un portico, l’angolo d’una strada o ancora in una stanza, sulla superficie d’un tavolo, tra i fianchi d’una scatola.
I limiti di questi segni costituiscono per noi una specie di codice morale ed estetico delle rappresentazioni e per di più, noi, con la chiaroveggenza, costruiamo in pittura una nuova psicologia metafisica delle cose»[33].

In limine all’analisi della distanza che separa l’uomo metafisico dall’ “umo imbecille”, si staglia tetragona quella rutilante impronta che conferisce all’azione dechirichiana un aspetto profondamente elitario.
De Chirico, già profondamente influenzato da Nietzsche, dalla sua figura oltre che dalla sua filosofia, tendeva ad attribuirsi dei “super poteri”, tendeva a considerarsi un superuomo ma non tanto e non solo nel senso nietzscheano, piuttosto quanto anche in un senso esoterico tout court.

Il Maestro era solito avere esperienze di tipo divinatorio o premonitorio[34] («con la chiaroveggenza, costruiamo in pittura una nuova psicologia metafisica delle cose»), il caso più emblematico e celebre è il Ritratto di Apollinaire del 1914 dove De Chirico lo dipinge con un profilo di Dante alle spalle sulla cui tempia sinistra figura un cerchio simile a un tiro al bersaglio, ebbene Apollinaire due anni dopo in guerra verrà ferito proprio in quel punto.

De Chirico oltretutto soffriva non solo  di déjà vu ma anche di jamais vu, ossia  avere l’impressione che la scena a cui si assiste non sia mai accaduta. Egli ne soffriva perché entrambi i sintomi si presentano occasionalmente come  sintomi emicranici[35] che De Chirico interpretava come rivelazioni. Nicola e Podoll si esprimono a tale riguardo: «Egli considerava il suo potere di accesso a questo particolare stato della mente come l’essenza stessa della sua creatività artistica, almeno nel periodo metafisico»[36].

Cosa pensare inoltre del fatto che «sosteneva di avere rivelazioni, sogni premonitori e chiaroveggenti, di vedere dentro gli oggetti come se avesse una vista a raggi X? Oppure infine quando si attribuiva poteri specialissimi se non addirittura paranormali, come il diventare, ma solo a volte, fosforescente?»[37] Ascoltiamo lo stesso Maestro a tal riguardo:
«Per esempio io sono fosforescente. Non scherzo… io vedo al buio la mia mano. Del resto più il tempo passa e più mi accorgo che uomo straordinario sono»[38]. Le sue parole non lasciano ombra di dubbio sul modo in cui si percepiva e sui poteri che si attribuiva, poteri tra l’altro trai più disparati. Breton ad esempio cita la sua capacità di vedere fantasmi:

«Fantasmi… per quanto possa oggi essere reticente su questo punto, De Chirico ammette di non averli dimenticati. In un improvviso momento di confidenza che ora deve rimpiangere egli mi fece persino il nome di due di essi: Napoleone III e Cavour e mi fece capire di aver avuto un’intensa frequentazione con loro… Non ho idea di quanti equivoci personaggi di questa natura abbiano popolato le lunghe ore di solitudine di De Chirico, ma anche se non si deve attribuire a tutti la stesa importanza, devono essere state legioni»[39].
In un’altra testimonianza ancora Breton suggerisce come le sue facoltà possano essere causate da sensazioni di dejà vu:

«Sia Louis Aragon che io stesso ricordiamo bene una sera quando eravamo seduti con De Chirico in un caffè in piazza Pigalle, ed un ragazzo passava di tavolo in tavolo vendendo fiori. De Chirico aveva le spalle alla porta e non poteva averlo visto entrare, ma Aragon era stato colpito dallo strano aspetto del nuovo arrivato e si domandò ad alta voce se non fosse per caso un fantasma. Invece di girarsi De Chirico tirò fuori un piccolo specchio da tasca e dopo aver studiato attentamente il giovane per alcuni minuti, rispose che in effetti si trattava di un fantasma. Di certo egli sembra eccezionalmente edotto nel riconoscimento dei fantasmi con aspetto umano, ci ha persino assicurati che il suo mercante Paul Guillame, assomiglia sotto ogni aspetto alla descrizione fornitagli dall’immaginazione»[40].

In sostanza, secondo De Chirico il mondo può essere percepito secondo due specifici e antitetici aspetti, «uno corrente, che vediamo quasi sempre e che vedono  gli uomini in generale, l’altro, lo spettrale o metafisico, che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e astrazione metafisica»[41]. Egli ovviamente rientra in quest’ultima e ristretta categoria e ama rimarcarlo spesso nei suoi scritti e nelle sue interviste. Va notato che mentre molti pazienti di aura emicranica sono reticenti nel rivelare le loro esperienze per paura di essere presi per pazzi, De Chirico secondo una logica opposta, le innalza icasticamente a qualità superiori che lo distinguono dalla massa.

Nicola e Podoll approfondiscono la questione, la citazione è piuttosto lunga ma merita di essere riportata per intero in quanto estremamente chiarificatrice:
«E’ del tutto comprensibile che in molte situazioni della vita quotidiana […] De Chirico abbia voluto nascondere la sua diversità. Ma in termini generali reticente non fu. Al contrario. La strategia con cui affrontò i sintomi auratici non fu l’occultamento ma l’esibizione. Se oggi è possibile formulare una diagnosi è perché il Maestro ebbe il coraggio di raccontare i bizzarri fenomeni che gli succedevano a costo d’esser preso per un simulatore o un eterno bambino a cui piace spararle grosse. Certo giocava sull’ambiguità, presentando i suoi racconti a mezzo fra la biografia ed il romanzo d’invenzione, ben sapendo che così non sarebbe stato creduto. E cos’altro poteva fare il lettore di fronte, tanto per fare un esempio, alle sue reiterate assicurazioni di aver veramente visto un giorno, il critico Longhi tuffarsi nel marciapiede e riapparire in fondo alla piazza? O non credergli, assumendo che “pezzi” come questo fossero eccentricità surrealiste, o veramente segnalarlo “alle autorità del paese”. Non gli credeva, ovviamente, e questo meccanismo di ambiguità permetteva al Maestro di continuare a dire la verità»[42].

E la verità, doviziosa, graniva ovviamente nel mondo allucinato e reificato che egli esperiva, che poi dipingeva, sedotto da un’esperienza che non era né mistica né sognante, né religiosa né surrealista, era semplicemente, silenziosamente, spettralmente metafisica.

 

 

 

 

 

 
 

 NOTE


[1] Anche se evolutosi in una sua specifica direzione, per lo più scevra dai contenuti rivoluzionari e marxisti degli albori e più orientato tendenzialmente all’indagine della realtà inconscia e dei suoi contenuti onirici. A tale proposito si vedano di lavori artisti contemporanei quali  Dino Valls, Jolanda Richter, Scott Hess, Renata Palubinskas, Michael Pearce, Aron Wiesenfeld, Ilaria Del Monte, Caleb Brown, Alexandra Manukyan, Timothy Cummings, Neil Moore, Alessandro Bulgarini, Simona Bramati, Harry Holland, Michaёl Borremans, Nojus Petrauskas, John Jackson, Saturno Buttò, Heather Nevay, Steven Kenny, Eddy Stevens, Shinji Asano, Regina Jacobson, Graham Toms, Guy Kinnear, Andrea Kowch, Shoi Tanaka, Rodney Wood, solo per citarne alcuni, la lista è in realtà sterminata.

[2] Carrà infatti, per quanto inizialmente accolto fu in seguito denigrato e definito dal Maestro un semplice imitatore, De Chirico rivendicherà sempre per se stesso l’intera paternità dell’invenzione e dell’attuazione della Metafisica.

[3] Ben presto diventato scambio di invettive e accuse ingiuriosissime.

[4] G. DE CHIRICO, Raffaello Sanzio, in M. FAGIOLO DELL’ARCO,  Il meccanismo del pensiero. Critica, polemica, autobiografia 1911-1943, Einaudi, Torino 1985, p. 164

[5] M. FAGIOLO DELL’ARCO, L’opera completa di Giorgio De Chirico. 1908 – 1924, Rizzoli, Milano 1984,  p. 78.

[6] In una lettera del 26 dicembre 1910 all’amico Fritz Gartz asserisce senza mezzi termini: «Voglio ora dirle qualcosa all’orecchio: io sono l’unico uomo che ha compreso Nietzsche – tutte le mie opere lo dimostrano». Lettere di Giorgio de Chirico, Gemma de Chirico e Alberto de Chirico a Fritz Gartz, Milano-Firenze, 1908-1911, in «Metafisica. Quaderni della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico», n. 7/8 (2007-2008), pp. 551-558.

[7] Del fatto che De Chirico soffrisse realmente di aura emicranica se ne sono occupati  il filosofo Ubaldo Nicola e il neurologo e psichiatra Klaus Podoll nel loro splendido saggio L’aura di De Chirico. Aura emicranica e pittura metafisica, nel quale affermano: «Nel capitolo precedente abbiamo confrontato alcune opere di De Chirico con altre d’arte emicranica. Riteniamo che le straordinarie somiglianze riscontrare siano probanti e corroborino la diagnosi. L’origine emicranica della pittura metafisica può dirsi dimostrata.

Ciò però non significa che De Chirico ne fosse cosciente. Non avendo a disposizione alcuna diagnosi, egli considerò sempre le sue aure non manifestazioni patologiche ma inquietanti eventi che gli accedeva di vivere e che urgentemente richiedevano una spiegazione».  U. NICOLA – K. PODOLL, L’aura di De Chirico. Aura emicranica e pittura metafisica, Mimesis, Milano 2003.

Inoltre, come asseriscono i due studiosi, una caratteristica tipica di questi pazienti è la reticenza, tendono cioé a non parlarne per paura di essere scambiati per pazzi, questo però non fu il caso di de Chirico come vedremo a breve.

[8] Cfr: G. DE CHIRICO, Memorie, Bompiani, Milano 2016.

[9] Cfr: G. DE CHIRICO, Ebdòmero, Abscondita, Milano 2016.

[10] U. NICOLA – K. PODOLL, op. cit., pag. 31.

[11] Cfr: O. SACKS, Emicrania, Adelphi, Milano 1992.

[12] G. DE CHIRICO, Ebdòmero,  op. cit., pag. 21.

[13] Ivi, pag. 97

[14] Ivi, pag. 21 e 95.

[15] Ivi, pag. 95 e 96.

[16] Ivi, pag. 21.

[17] Ibidem.

[18] Ivi, pag. 57.

[19] U. NICOLA – K. PODOLL, op. cit. pag. 37.

[20] Ivi, pag. 120. De Chirico approfondisce la questione: «L’opera d’arte metafisica è, quanto all’aspetto serena; dà però la sensazione che qualcosa di nuovo debba accadere in quella stessa serenità e che altri segni, oltre a quelli già palesi, debbano subentrare nel quadrato della tela. Tale è il sintomo rivelatore di una “profondità abitata”». G. DE CHIRICO, Sull’arte metafisica, in M. FAGIOLO DELL’ARCO, Il meccanismo del pensiero. Critica, polemica, autobiografia 1911 -1943, Einaudi, Torino 1985, pag. 88.

[21] J. COCTEAU, Giorgio De Chirico. Il mistero laico, a cura di Alberto Boatto, Abscondita, Milano 2015, p. 33.

[22]  Fu così che nacque Enigma di un pomeriggio d’autunno del 1910, fu così che nacque la Metafisica:  «In un chiaro pomeriggio d’autunno ero seduto su un banco in mezzo a Piazza Santa Croce a Firenze. Certo non era la prima volta che vedevo questa piazza. Ero appena uscito da una lunga e dolorosa malattia intestinale e mi trovavo in uno stato di sensibilità quasi morbosa. La natura intera, fino ai marmi degli edifici e delle fontane, mi sembrava in convalescenza. In mezzo alla piazza si eleva una statua che rappresenta Dante vestito di un lungo mantello che stringe la sua opera al corpo e piega verso il basso la testa pensierosa coronata di lauro. La statua è in marmo bianco; ma il tempo le ha dato una tinta grigia molto piacevole a vedersi. Il sole autunnale, tiepido e senza amore, rischiara la statua e la facciata del tempio. Allora ebbi la strana impressione di vedere tutto per la prima volta. E mi venne in mente la composizione del mio quadro; e ogni volta che lo guardo rivedo questo momento: tuttavia, il momento per me è un enigma, perché è inspiegabile. E anche l’opera che ne risulta mi piace definirla un enigma». G. DE CHIRICO, Scritti/1 (1911- 1945). Romanzi e scritti critici e teorici, a cura di A. Cortellessa, Bompiani, Milano 2008, pp. 649-652.

[23] L’esperienza che va sotto il nome di Arte emicranica nasce in Inghilterra negli anni Ottanta quando la British Migraine Association insieme ad una casa farmaceutica decise di organizzare un concorso di pittura riservato solo ed esclusivamente a soggetti emicranici. Da lì in poi si susseguirono altre iniziative che raccolsero interessanti esperienze e testimonianze di diversi pazienti da varie parti del mondo. L’artista emicranica Brennan ad esempio dice di possedere  un supporto a cui solo lei ha il privilegio di accedere. Cfr: D. ROBINSON – K. PODOLL, Macrosomatognosia and microsomatognosia in migraine art, Acta Neurol Scand 2000: pp. 413-416, Munksgaard 2000.

[24] F. NIETZSCHE, Ecce homo, Adelphi, Milano 1998, trad. it. Di Giorgio Colli,  p. 20.

[25] U. NICOLA – K. PODOLL, op. cit. pag. 131.

[26] G. DE CHIRICO – I. FAR, Commedia dell’arte moderna, a cura di Jole de Sanna, Abscondita, Milano 2002,  p. 32.

[27] G. DE CHIRICO, Discorso sulla materia pittorica,  in G. de Chirico - I. Far, Commedia dell’arte moderna, a cura di J. de Sanna, Abscondita, Milano, 2002, pp. 146-173, p. 167.

[28] J. COCTEAU, op. cit. p. 34.

[29] «De Chirico ci mostra la realtà spaesandola. E’ uno spaesaggista. Le circostanze sorprendenti in cui colloca una casa, un uovo, un guanto di gomma, una testa di gesso, rimuovono il velo dell’abitudine, fanno cadere questi oggetti dal cielo come un aviatore caduto tra i selvaggi. De Chirico dona all’oggetto il valore di una divinità». Ivi, p. 43.

[30] Ivi, p. 42.

[31] Citato in U. NICOLA – K. PODOLL, op. cit. pag. 42.

[32] G. DE CHIRICO, Sono stato a New York, Fondazione Giorgio De Chirico, 1938. http://www.fondazionedechirico.org/wp-content/uploads/681-682Metafisica7_8.pdf

[33] G. DE CHIRICO – I. FAR, op. cit. pp. 36-7.

[34] O per lo meno a lui sembravano tali.

[35] Cfr:  N.H. RASKIN – O. APPENZELLER, Migraine: clinical aspects. Major problems in internal medicine 1980; 19: 28-83.

[36]  U. NICOLA – K. PODOLL, op. cit. p. 40.

[37] Ivi, p. 12.

[38] J. T. SOBY, Giorgio De Chirico, Museum of Modern Art, New York 1995, pp. 244-253.

[39] A. BRETON, Le surréalisme et la peinture, Gallimard, Parigi 1928, pp. 35-6.

[40] Ibidem.

[41] G. DE CHIRICO, Sull’arte metafisica, op. cit. pp-85-6.

[42] U. NICOLA – K. PODOLL, op. cit. pp. 92-93.
















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