Lucio Giuliodori

Il saggio intende mostrare che il fenomeno della sincronicità, come del resto lo stesso quantismo al quale è saldamente connesso, scredita di fatto il modello meccanicista, ossia l’unico modello tutt’oggi ufficiale per l’interpretazione e la descrizione scientifica della realtà e impone un nuovo modello di comprensione che includa necessariamente l’interazione di psiche e materia.






Ordina il libro su Amazon, sia in versione cartacea che Kindle, cliccando  QUI





Il libro è disponibile anche tradotto in  inglese


The book is available in English as well:



On the Concept of Synchronicity: Jung between Psychoanalysis and Quantism

Il magistero non va oltre questo limite, di additare cioè la via e il viaggio: ma la visione è già tutta un’opera personale di colui che ha voluto contemplare.

Plotino, Enneadi, VI, 9, IV.

Per sviluppare una mente completa studia la scienza dell'arte, studia l'arte della scienza. Sviluppa i tuoi sensi, impara soprattutto a vedere. Comprendi che tutto è connesso.

Leonardo Da Vinci

The book is available both in paperbak and Kindle.

You can order the book throug Amazon by clicking HERE.



ESTRATTO



Che cos’è la sincronicità

Lucio Giuliodori Jung Sincronicità Quantismo Psicologia Fisica Spirituale Filosofia Esoterismo Pauli Meccanica Quantistica Alchimia Libri

«Il significato della mia esistenza è che la vita mi ha posto un problema. O, viceversa, io stesso rappresento un problema che è stato posto al mondo, e devo dare la mia risposta, perché altrimenti mi devo contentare della risposta del mondo»[1].
L’essenza stessa del filosofare è tutta racchiusa in questa saggia riflessione junghiana: chi non si fa domande sul mondo semplicemente lo subisce; solo il comprenderlo garantisce dignità esistenziale. Jung ha osato farsi domande cruciali, molte delle quali scomode, almeno per il suo tempo, ma è da questa ardente sete di sapere, sigillo di ogni vera filosofia, che la conoscenza scientifica psicologica ha potuto progredire, svincolandosi dalle celebri nevrosi sessuali in cui Freud tendeva a costringerla, con le quali e solo con le quali si pretendeva di spiegare tutta la psiche (un atteggiamento che oggi risulterebbe decisamente riduttivo ma che ai tempi di Jung era preponderante)[2]. A lui il merito della sfida, del coraggio, a costo della pubblica derisione professionale a cui andò incontro a testa alta. Sappiamo che lo psichiatra svizzero addirittura si ritirò per un lungo periodo dal mondo accademico per incompatibilità con l’ambiente stesso; in solitudine continuò le sue ricerche ritenendole di gran lunga più importanti della carriera accademica e della professione in sé[3]. Egli fu lungimirante e subito capì la portata rivoluzionaria delle sue intuizioni.

Jung riprese la sua attività universitaria nel 1933, cioè dopo vent’anni, e nel 1952 uscì il saggio La sincronicità come principio di nessi acausali nel quale egli analizza un fenomeno che subito si impone per la sua straordinaria importanza non solo per ciò che concerne lo studio della psiche ma anche per ciò che pertiene a una ridescrizione della stessa realtà nella sua interezza. Lo scienziato si accorge subito che lo studio della sincronicità è propedeutico alla formulazione di una nuova Weltanschauung che necessariamente includa alcuni assunti fondamentali della fisica dei quanti.

Lo studio dell’alchimia, delle dottrine orientali, dei sogni e dei fenomeni occulti, conducono lo psichiatra svizzero verso una soglia in limine alla quale si staglia imperiosa l’impossibilità del dualismo mente-materia. Tale soglia oscura è ciò che rappresenta il concetto di «sincronicità». «È proprio la sincronicità a rendere possibile il dialogo tra Fisica e Psicologia, dal momento che essa comporta l’entrata di elementi soggettivi nella Fisica (evento esterno) e di elementi oggettivi nella psicologia (stato psichico). A questo punto l’universo finisce per svelarsi in maniera tale che gli eventi soggettivi e quelli oggettivi diventano manifestazioni implicite di uno stesso fenomeno»[4].

«Oggetto della riflessione di Jung è il fenomeno della sincronicità, che secondo la sua definizione è la risultante di due fattori: 1) un’immagine inconscia che si presenta direttamente (letteralmente) o indirettamente (simboleggiata o accennata alla coscienza come sogno, idea improvvisa, presentimento); 2) un dato di fatto obiettivo che coincide con questo contenuto. L’evento esterno può svolgersi fuori della percezione dell’osservatore, ed essere quindi distante nello spazio, o può essere distante nel tempo, può cioè verificarsi in un tempo futuro rispetto al momento dell’evento psichico manifestatosi al soggetto»[5].

 Dunque la sincronicità è una sorta di «coincidenza temporale di due o più eventi non legati da un rapporto causale, che hanno uno stesso contenuto significativo»[6]. Le incredibili conseguenze che tale assunto implica sono per certi versi sconcertanti - per lo meno per il modello meccanicista di interpretazione del reale, che era quello vigente in toto a metà Novecento[7] (e che in gran parte lo è tutt’ora): «Se spazio e tempo si dimostrano psichicamente relativi, anche il corpo in movimento deve possedere la relatività corrispondente, o esservi soggetto»[8].

Jung studiò a fondo la «sincronicità» in primo luogo perché mosso da quel profondo e sincero interesse per ciò che varca il fenomenico, in secondo luogo perché non solo i suoi pazienti ma lui stesso fece esperienza di diversi fenomeni sincronici[9], in terzo luogo perché lo psichiatra svizzero condivise questo desiderio di indagine col Premio Nobel per la fisica Wolfgang Pauli, suo paziente e in seguito amico. I due studiosi parlavano linguaggi scientifici diversi che dovettero abdicare di fronte a fenomeni che oltrepassavano la stessa descrittività: un evidente imbarazzo proprio dal punto di vista scientifico - né la fisica né la psicanalisi sapevano raccontare ciò che determinate esperienze mostravano. Le due discipline svelavano un mondo mai visto prima in cui ciò che è materiale non è più distinto da ciò che è psichico e a tale proposito Pauli asserisce:

 «Dovremmo ora procedere per trovare un linguaggio neutro o unitario in cui ogni concetto da noi usato sia applicabile sia all’inconscio che alla materia, al fine di superare questa vecchia convinzione che la psiche inconscia e la materia siano due cose separate»[9].




NOTE

[1] C. G. JUNG, Ricordi, sogni e riflessioni, tr. it. di Guido Russo, Bur, Milano 2010, p. 375.

[2] Freud fu rivoluzionario e le sue riflessioni sulla sessualità erano per quei tempi decisamente originali e inattuali, Jung però lo fu ancor di più in quanto oltre ad accettare (in un primo momento) tale visione della psiche riuscì a superarla e superando essa superò lo stesso Freud. Quest’ultimo rimase superato mentre Jung, incompreso e inaccettato non solo da Freud ma da tutto il mondo accademico, raggiunse confini inimmaginabili, sia per il suo tempo che per il nostro. Scorse gli stessi limiti della psiche che spalancano un mondo, quello della meccanica quantistica, ancora tutt’ora misterioso: non siamo ancora capaci né a comprenderlo, né a descriverlo. L’unico atteggiamento che ci è consentito provare, per ora, è quello relativo allo stupore, alla meraviglia di un sofisticatissimo ed elegantissimo, seppur ancora non totalmente condiviso, modello di comprensione del reale.

[3] «Nel periodo in cui mi occupavo delle immagini dell’inconscio, presi la decisione di ritirarmi dall’università, dove avevo insegnato per otto anni, a partire dal 1905, come libero docente. […] Così consciamente, abbandonai la carriera accademica, perché prima di portare a termine il mio esperimento non potevo comparire di fronte al pubblico. Sentivo che mi stava accadendo qualcosa di grande, e riposi la mia fiducia in ciò che secondo me era più importante sub specie aeternitatis. Sapevo che avrebbe occupato tutta la mia vita e, pur di raggiungere questa meta ero disposto ad affrontare qualsiasi rischio». C.G. JUNG, Ricordi, sogni e riflessioni, cit., p. 237.

Comprendere il funzionamento della psiche era per Jung ciò che di più importante potesse esistere, anche per ovvie conseguenze sul piano politico-sociale: «Oggi possiamo vedere come mai in passato, che il pericolo che ci minaccia tutti non deriva dalla natura, ma dall’uomo, dall’anima dell’individuo e dalla massa. Il vero pericolo è nell’aberrazione psichica dell’uomo. Tutto dipende dal fatto che la nostra psiche funzioni bene o no: se certe persone perdono la testa, oggi, la conseguenza è il lancio della bomba all’idrogeno!». Ivi, p. 171.

[4] M. TEODORANI, Sincronicità. Il legame tra fisica e psiche da Pauli e Jung a Chopra, Macro Edizioni, Cesena 2011, p. 82.

[5] A. VITOLO, Prefazione a C. G. JUNG, La sincronicità come principio di nessi acausali, tr. it. di S. Daniele, Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 175.

[6] Ibidem.

[7] Sappiamo che Jung per molto tempo fu restìo a rendere pubbliche le sue ricerche anche per paura di non essere isolato del tutto a livello accademico, più di quanto già non lo fosse essendosi ribellato all’autorità di Freud, allora indiscutibile. Inoltre, segno di estrema umiltà che fa un onore a un genio del suo calibro, Jung non si sentiva abbastanza preparato in materia, ecco infatti le prime righe della sua prefazione all’opera sulla sincronicità: «Redigendo questo scritto mantengo per così dire una promessa che per molti anni non ho ardito adempiere. Le difficoltà del problema e della sua esposizione mi sembravano troppo grandi; e troppo grande la responsabilità intellettuale, senza la quale un argomento del genere non può essere trattato. Infine mi sembrava troppo inadeguata la mia preparazione scientifica». C. G. JUNG, La sincronicità come principio di nessi acausali, Ivi. p. 181.

[8] Ivi, p. 175.

[9] «Nella mia veste di psichiatra e di psicoterapeuta sono venuto spesso a contatto con i fenomeni in questione e ho potuto in particolare accertarmi della loro importanza ai fini dell’esperienza interiore dell’uomo. Si tratta per lo più di cose delle quali non si parla a voce alta per non esporsi al rischio di un’irrisione sconsiderata. Non ho mai smesso di stupirmi nel vedere quante persone hanno fatto esperienze di questo genere, e con quanta cura si è custodito ciò che è inspiegabile. La mia partecipazione a questo problema ha quindi radici non solo scientifiche ma anche umane». Ivi. p. 182.