La poesia è morta

Lucio Giuliodori

 La poesia è morta, dicono quei tali imbastendo un capezzale sommario. Esequie perpetuantesi in carri neri trainati da somari, laccati d’oro fuori e velluti viola all’interno, parcheggiate le casse di legno nell’ombelico ridente d’un ego qualsiasi. Esecutori, pagati dalle istituzioni culturali preposte, per piangere a vanvera. Geremiadi. La poesia è defunta, in cenacoli di trine e rimpianti dell’altro ieri, sepolta nel gozzovigliare di casi personali, nei bucolici torpori, intimismi del doposcuola, o nel chiasso metropolitano per adulti, esausta al passaggio a livello degli inverni e di quelli dopo. Candori gelidi che non esistono più, dacché il mondo si è fatto luminoso d’artificio. Tutte estati simulate in spiaggia, ai tropici, nudi e appagati, abbronzati senz’estasi. L’epidermide è un’altra maschera. Birra media, analcolica, la bella decadenza è ora in ciabatte. Non c’è campo. Poesia, che era Luz o nocciolo dell’immortalità, se ne va via pudica, svolazza alla toilette, s’imbelletta fino all’evanescenza; è rimasta piuma ondeggiante, leggera, quando le vesti dei presuli hanno adottato la plastica preservativa o la pesantezza del ferro. Così i pixel la divorano, i poeti la deturpano col solo intento di definirsi tali, preghiere la svuotano in ripetizione, pregiudizi la segregano nel seppiato del tempo andato. Quanto passato! Mangime sterilizzato per bianconigli, Parigi e piccioni, cartoline dal limbo.

E allora, cos’era mai quel brivido? Cos’è rimasto del turbamento? Sareste capaci di assentarvi, per tre parole messe insieme con coraggio? Sareste capaci di leggerle? O meglio: di vederle? Di subirle? Oppure vivere, che è un cimento di pari valore. Se non si ferma l’ingranaggio del relativismo, quest’ultimo diverrà una produzione incessante di nuove certezze incerte, recando noia: “fermati un attimo prima, vuoi?”. Nel giaciglio, un abisso, consiglio d’amico e la parola d’ordine per entrare in giardino. Smarrimento. La poesia è spirata, dicevano. O ispirata? S’è sparata in un labirinto, a causa di troppe mani e pochi occhi. Era un sacrificio, uno scherzo cieco, per poter giocare ancora a mettere insieme delle lettere.

Come i dipinti e l’arte in generale, la poesia resta nell’inspiegabile e soprattutto nell’inutile, dato che è pur sempre un lusso esotico, quel vagabondare siderale, extra muros. Privilegio anti-produttivo, vezzo e dépense sartoriale: ciò è vero, dunque non ci credo. Autosufficiente, mal sopporta gli aggiustamenti postumi, le pedanterie interpretative. La poesia è contro le opinioni, siede alla destra di Dio, sempre in sua assenza. Così queste parole d’accompagnamento tentano di svicolare altrove, ebbre e tuttavia braccate da uno schematico dovere pedagogico, dal ragionevole compito del prefatore. Colui che, per onestà intellettuale, dovrebbe saggiamente consegnare il foglio in bianco. Statue delle idee, costruito da Lucio Giuliodori in ekphrasis – confronto talvolta simbiotico con opere pittoriche, nello specifico surrealiste e contemporanee – merita un bianco diverso, probabilmente albedo: il passaggio tra nero putridume modano e il rubinoso compimento dell’Opera in Rebis. Stupore fanciullo in Giano col vecchio iniziato, tra le macerie di ciò che resta di rituali religiosi e scientisti, tensione spirituale che nega il costrutto retorico d’entrambi, ma trattenendone un alito mistico. Vento contrario, torniamo a casa? Il filtro devozionale è lasciato cadere, per trovare forma e compimento in classica atemporalità. In scandalo dorico. In Kairos, il terzo tempo. Parole secche, precise, chirurgiche, fermano le lancette in ruggine, per muovere libere e folleggianti verso utopia, generando così straniamento alla lettura. Un’edera. Alla visione combinata, piacere e vertigine. Ciò è nostalgia del Mito, alleanza tra i quattro elementi, cardini e non cardinali. Da qualche parte umana via di fuga, talvolta ribaltamento solipsistico, sbarco fatato, talaltra apocalisse dionisiaca. Genetlìaco inumato.

Arcani maggiori arcani minori, ma senza tarocchi, appigli consolatorii per superstiziosi. Arcani rimasti tali, le carte non girate sul lato iconico, piuttosto a letto, su un fianco nei pomeriggi d’estate, la tutela del mistero. Difatti la conoscenza non porta alla felicità e forse nemmeno ad alcuna verità. Le guide sono dunque idee, qui messe a fare ossimoro, chiuse nelle statue e nello specchio girato verso i dipinti. Quale il motivo? mise en abyme? Sono parole fissate, scritte, consegnate in nero al bianco, nel tradimento tipografico del segno ai danni della musica. Eppure si muovono bionde, per fuggire da qualche orfanotrofio in direzione ovunque. Forse è la meravigliosa dissipazione, saggezza da nichilista, cerimoniale orientale. Altari che diventano voragini, solfeggio Lautréamont, mentre da quel quadro si nota un nonsoché, tipo Pronto soccorso dei tempi ultimi: l’elenco in rima dei malanni immaginari, cure conseguenti rifiutate, il cavallo di Torino non vuole più maniscalco. Un canto non è mai tale, definibile, finché resta calco, prigioniero nei confini corporativi che lo definiscono, proteggendolo e tutelandolo; si crea in solitudine una struttura per poi farne a meno, a perdere, il resto è mestiere. Elegia non è cancellata, sono gli occhi a essere divenuti ciechi, anche se dietro la pupilla c’è ancora speranza, c’è un ovulo bianco. Post fata resurgo.

 

Donato Novellini, Prefazione a Statue delle Idee