Lucio Giuliodori

The time has come

Take me

La dualità della meraviglia: Joel Rea e il Romanticismo surrealista

Gli animali a volte sembrano addirittura svolgere ruoli da maestri spirituali e il contatto con essi rimanda perfino a un’iniziazione, concetto questo evocato nell’opera The other side, dove il businessman è inginocchiato di fronte ad una mastodontica tigre che gli sta di fronte in piedi, fiera ed austera ma allo stesso tempo calma e pacifica. L’uomo ha le mani chiuse in preghiera, lo sguardo rivolto alla tigre come a supplicarla, i due sono in una sorta di grotta misteriosa, una caverna platonica dei tempi moderni in cui l’uomo, il rappresentante del sapere tecnologico, deve ripercorrere il cammino a ritroso e tornare quasi ad una dimensione primitiva di armonia col creato, nell’intento di capirne il senso. Pregni di significato anche i molteplici cani volanti ricorrenti in moltissime opere, anche qui emerge la posizione di Rea nei confronti degli animali, collocati su di un piano superiore, qui palese oltremisura. Con gli animali spesso si librano in volo anche gli esseri umani, a sottolineare ancora una volta l’armonia tra i due regni, un’armonia che trova la sua coagulazione nell’aere, ossia in una dimensione quasi trascendente, lontana dalle violente contraddizioni terrene: qui l’iniziazione è ancora più potente, con il sole, simbolo di verità e di divinità, che ne illumina, cioè ne suggella, l’autorevolezza, la solennità e la validità, forse proprio qui l’arte di Joel Rea trova e fonda la sua compiutezza, culminando la sua burrascosa e meravigliosa circumnavigazione delle dualità nella sublimazione del sublime.





                                                                             Lucio Giuliodori

Eye of the beholder

Uno degli elementi tipici del Surrealismo è la juxtaposition, ossia l’accostamento di elementi appartenenti a contesti diversi se non opposti, pensiamo ad esempio a Magritte e ai suoi celebri ometti vestiti di nero con la bombetta sospesi in aria all’altezza dei tetti dei palazzi (Golconde) oppure all’altrettanto celebre bicchiere gigante nel bel mezzo di una valle tra i monti di un incantevole paesaggio (La corde sensible).

Ebbene Joel Rea, pittore australiano contemporaneo, insiste considerevolmente su questo aspetto assurto quasi a riflessione filosofica imperniata sul concetto di dualità quale principio pervasivo del reale.

Pur essendo pienamente un surrealista, la sua tecnica sopraffina che esaspera all’estremo la cura al dettaglio, gli permette al tempo stesso di rientrare a pieno titolo anche nella sfera iperrealista. Nelle sue splendide opere primeggiano cani o tigri giganti, perfettamente a loro agio in contesti urbani (Crossroads) o viceversa esseri umani intenti in misteriosi compiti da svolgere accanto alle belve (Clash) o ancora abbiamo gli uni o gli altri dipinti in contesti a loro totalmente estranei, e quindi ragazzi intenti in sorte di acrobazie e/o meditazioni sull’orlo delle onde dell’oceano (The precision of luck) o il bellissimo Resolution sicuramente una delle sue opere più rappresentative.  In essa un businessman in abito elegante, con la sua ventiquattrore e con un documento in mano fissa un’onda enorme che gli si sta per schiantare addosso.

L’opera racchiude in sé quasi tutti gli elementi tipici della pittura di Rea: da un lato la tecnica impeccabile, dall’altro gli elementi opposti e duali ma perfettamente, cioè surrealisticamente, amalgamati insieme e quindi la civiltà, simboleggiata dall’uomo d’affari e la natura selvaggia, simboleggiata dal mare in tempesta e poi ovviamente il mastodontico dualismo tra l’immobilità e l’azione, per non parlare di quello tra reale e surreale che definisce e sostanzia tutta la scena in sé.  Queste dicotomie pregevolmente combinate, a loro volta introducono l’implicito dualismo principale: conscio e inconscio che a sua volta ancora introduce l’elemento tempo, un tempo interiore, che nasce e muore nell’istante e che di fatto amplifica la realtà, invadendola e riempendola perché promotore di un evento che di lì a poco sconvolgerà irrimediabilmente e violentemente tutta la situazione in sé e quindi tutta l’architettura dei dualismi accuratamente progettata; quest’ultima starà in piedi solo un istante in più per poi sfracellarsi nella brutalità dell’onda che la investirà senza pietà – tornano a mente le parole di Baudelaire ne Lo spleen di Parigi: “Lo studio della bellezza è un duello in cui l’artista grida di terrore prima di essere vinto”.

Spavento, angoscia, morte perfino, a tratti velatamente evocata e sottintesa, connessa all’attimo che quasi la presenta, un attimo in cui la pienezza della vita si concentra al massimo fino ad esplodere nel suo opposto nel più classico dei dualismi, un attimo quindi oceanico, come lo descriverebbe la psicologia transpersonale.

Ma come scaturiscono tali riflessioni? Seppur Rea è un ragazzo australiano sulla trentina cresciuto al sole della Gold Coast, seppur nei suoi dipinti appaiono perfino skateboard e graffiti,  non si può non notare l’eco massiccia del Romanticismo tedesco e della sua celebre Weltanschauung – in alcuni frangenti le opere di Rea sembrano addirittura omaggi allo stesso Friedrich ma ancora una volta è proprio questo dualismo plateale a risultare efficace artisticamente: da un lato le mode giovanili contemporanee e dall’altro l’estetica del Sublime dell’arte romantica a cavallo tra XIII e IX secolo. Il suo riferimento preponderante è infatti Schopenhauer, come egli ammette: “Nello spiegare l’uso di ambigui soggetti come tigri giganti o maremoti, va detto che mi ispiro al filosofo Arthur Schopenhauer e al suo concetto di Sublime incentrato appunto nella sensazione del piacere provata di fronte ad eventi violenti e di vasta portata che potrebbero travolgere lo stesso sogg
etto”. 

 

Ecco perché il mare di Rea è al tempo stesso meraviglioso e spaventoso, foriero di pace e di morte, di infinitezza e di finitezza. E’ nella sua ferma intenzione rimanere ambiguo e misterioso, come ambigua e misteriosa è qualsiasi dualità, ecco perché anche lo sguardo del Viandante di Friedrich è celato, proprio in quanto non ci è dato conoscere interamente il suo reale sentimento nei confronti di ciò che ha innanzi, esattamente come nell’opera di Rea Collision, dove un giovane naviga solitario mentre osserva di fronte a lui una colossale onda che si infrange in una roccia imponente, il suo sguardo ci è precluso, non potremmo mai sapere se è spaventato dalla furia del mare o solamente inebriato e meravigliato di fronte alla sua imponente bellezza. Pensando inoltre al tema del mare in tempesta, non possono non venire alla mente le splendide onde di Ivan Konstantinovič Ajvazovskij di cui Rea sarà sicuramente innamorato essendo probabilmente, l’artista russo, il più grande pittore del mare di tutti i tempi, un mare anche qui, al tempo stesso meraviglioso e spaventoso, proprio perché, per citare un altro (o meglio il) genio russo: «La bellezza è una cosa spaventosa e terribile! Spaventosa perché indefinibile, e non la si può definire perché Dio ha posto soltanto degli enigmi. Qui è dove tutte le rive convergono, dove convivono tutte le contraddizioni. Io, fratello, sono molto ignorante, ma ci ho pensato a lungo. C’è una quantità spaventosa di misteri! L’uomo sulla terra è oppresso dai troppi enigmi! Risolvili, se ne sei capace, e uscirai asciutto dall’acqua». Quest’ultima frase di Dimitrij Karamazov, rivolta al fratello Alëša, sembra perfetta per l’attimo che vive il businessman di Rea ritratto in più opere, sempre intento nel fissare l’onda di fronte a sé, completamente asciutto ma ancora per poco, fino a quando la violenza del mare non cancellerà quel momento di riflessione e lucidità.

Il Surrealismo è denuncia della razionalità del reale a cui consegue la sfida, l’interazione con esso solo a livello irrazionale e contraddittorio. E’ proprio lì che il pittore, dimostrandosi un pieno surrealista, provoca la prevedibilità del reale, la presunzione della sua scontata datità: il businessman che in giacca e cravatta scaraventa i suoi documenti di fronte all’onda che lo investirà e che li investirà, sta sfidando l’esistente sul piano dell’inconscio, nell’intento di rimescolare le carte a partire dall’interno – con l’intento di esperire i conseguenti effetti all’esterno. Nell’opera Momentum, torna prepotente il tema della dualità, il pittore stesso è letteralmente moltiplicato in vari sé divisi in due specifici tipi: l’uomo elegante in giacca e cravatta e lo skater in jeans e felpa. Una trentina di questi piccoli sosia del pittore sono impegnati nel tirare una misteriosissima corda di fronte ad un altrettanto misteriosa costruzione gigante in una soleggiatissima spiaggia deserta: “Sono i lati duali della mia identità – entrambi necessari e entrambi in competizione per il possesso della mia anima”. E questo perché come egli spiega ancora più dettagliatamente: “Il tema preponderante della mia opera è la dualità, sia interiore che esteriore, una simultanea adorazione di tutta la vita in sé ma allo stesso tempo la decostruzione della sua apparente perfezione”.

Questo tema torna inoltre anche quando, al posto del mare, entrano in scena gli animali e anche qui il dualismo lo si gioca direttamente tra reale e surreale, tra conscio ed inconscio.

In Crossroads abbiamo una tigre gigante a New York, nei pressi di un semaforo, intenta forse ad attraversare la strada come ogni altro essere umano lì vicino, una scena pienamente surreale che getta luce sull’ennesimo dualismo: in Rea gli animali selvaggi sono giganti ma mansueti perché coscienti, perché più umani dell’uomo stesso, il quale perso nel progresso della civilizzazione, ha reciso ogni legame col regno da cui proviene.

Rea, attraverso la giustapposizione, mischia le carte e scambia il conscio con l’inconscio solo ed esclusivamente per ribilanciarli. La grandezza dell’animale (che qui non rimanda dunque solo ed esclusivamente al Sublime schopenhaueriano) simboleggia una crescita che è innanzitutto una crescita al livello della psiche ed infatti la belva non è più tale, non è più aggressiva ma totalmente amalgamata all’habitat dell’uomo moderno.