Lucio Giuliodori

Ieri sera, mercoledì 24 gennaio 2007, mentre scendeva un’insolita neve che illuminava violenta i vicoli bui del centro storico di Perugia, al teatro Morlacchi andava in scena uno spettacolo altrettanto buio, altrettanto violento, per lo meno quanto il genio di Dostoevskij. Entro in teatro, e appena abbandonata la neve di gennaio, mi si presenta quella senza tempo: quella del sottosuolo. La surreale scenografia era tutta fatta di neve, buio e tristezza, sul lato sinistro del palco, una libreria infinita, con una scala appoggiata, altrettanto interminabile nei suoi intenti metafisici.

Tratto dal celebre romanzo dostoevskiano “Memorie dal sottosuolo”, questo spettacolo è stato egregiamente orchestrato dall’adattamento e dalla regia di Gabriele Lavia, il quale interpretava anche lo stesso uomo del sottosuolo, affiancato dall’impeccabile e affascinante Euridice Axen, nel ruolo di Lisa, la prostituta, e l’eccelso Pietro Biondi nel ruolo di Apollon: superbo. La già citata scenografia innevata di tristezza, opera di Carmelo Giammello, e le musiche eteree di Andrea Nicolini, confezionano questo scorcio malato della psicologia di un impiegato russo dall’animo oscuro, crudele e colpevole, profondamente colpevole. Di cosa? Di essere sé stesso. I suoi interminabili sfoghi celebrano e al tempo stesso condannano l’ineluttabile e congenita crudeltà di un animo sporco come “la neve giallastra e disgustosa” che continuamente calpesta il suo traballante ondulare.

L’uomo del sottosuolo infatti non cammina, barcolla, è spesso ubriaco e dice a più riprese di voler diventare uno scarafaggio, attorcigliandosi sempre di più, incuneandosi sempre più dentro al suo mondo interiore fatto di malattia e solitudine. Un perverso, un delinquente del pensiero, un uomo, o forse la sua ombra più oscura, la cui unica volontà è peggiorarsi in continuazione. La sua voce penzolante fa rimbalzare sul palcoscenico l’eterno ritorno di un moschettiere della sgradevolezza, un perfetto ed austero cioraniano incallito, che ci chiede seraficamente: «da cosa deducete che sia così indispensabile per la volontà umana correggersi?»

Un destino da maledetto, continuamente ostentato anche di fronte all’ “amata” Lisa, la quale piange alla fine, delusa dalla sua cosmica inaffidabilità, dal suo essere nemico principe di tutto ciò che è morale, di tutto ciò che è razionale e forse in fine, per la gioia di Hegel, anche di tutto ciò che è reale. Stupendo quando non riesce a pronunciare la frase “il mondo è ragionevole”. L’ultima parola si inceppa sempre a metà e al posto delle ultime lettere fuoriesce un sussulto, quasi un vomito, un suono sordo di freddo disgusto e infinito disprezzo. Ma perché, che colpe ha la ragione umana? Qual è la sua natura? Bisognerebbe chiederlo a Kant. Lev Šestov invece, ne La filosofia della tragedia, afferma che «se mai fu scritta una “Critica della ragion pura”, essa è da ricercarsi proprio nelle Memorie dal sottosuolo». Il sottosuolo viene prima della ragione, i comportamenti scorretti e profondamente immorali esistono in virtù della libertà di contraddirsi, il solo giustificarli infatti, riproporrebbe un movimento del pensiero prettamente ragionevole.

Per l’uomo del sottosuolo la ragione può essere una legge della logica ma non può mai esserlo dell’umanità, che per lui è sempre attratta dal perverso e dal disgustoso. Per l’uomo del sottosuolo due più due non fa assolutamente quattro, “due più due quattro” è per lui “soltanto impudenza”. Egli bacia Lisa ma l’attimo dopo le mette le mani al collo per strozzarla, vuole fare l’amore ma in un attimo cambia idea e si abbandona all’odio creando albe noetiche traboccanti di sofferenza, buia, sporca e maledetta sofferenza scolpita a caratteri cubitali nel bordello in cui lavora Lisa. L’eco di impotenza stordisce, rimbalza ad ogni angolo del sottosuolo, un senso di fallimento totale nasce non appena germoglia uno spiraglio d’amore, un accenno alla bontà, o perfino alla semplice “normalità”. L’atmosfera è densa di desolazione e povertà, frastagliata a tratti dalle lacrime di Lisa: simboli enormi, tanto poetici quanto reali, dell’impossibilità certa di qualsiasi speranza. La redenzione, “se c’è”, viene recisa sul nascere, ammazzata, torturata anche se già morta, sadicamente sgozzata. Il volto dell’uomo del sottosuolo  è il volto del fallimento, la sua vestaglia è logora e piena zeppa di buchi, come la sua morale, sporca, strisciante, strappata in ogni angolo, ridicola quasi e assolutamente senza senso, incapace di assolvere alla sua funzione primaria: riscaldare. La scena infatti è sempre fredda e tetra, come l’anima del protagonista.

L’unica nota “colorata” è Apollon: la voce della sua coscienza. Magistralmente interpretato da Pietro Biondi, questo misterioso e divertente personaggio, piegato anch’esso su sè stesso, rappresenta un richiamo, forse un reclamo, l’unico comunque che il mondo esteriore concede a quell’ “uomo malato”. Apollon è un servo ma parla per salmi, dalla sua bocca escono solo “sacre scritture”, il suo volto è completamente bianco, come i suoi capelli, mentre la schiena è spezzata da una gobba pesante quanto il macigno di Sisifo.

Apollon è una figura stupenda: le sue sporadiche ma efficaci intrusioni, valgono da sole il prezzo del biglietto. Quel volto completamente bianco è un qualcosa di così etereo, grottesco e assurdo che vien quasi voglia di perdersi in esso, di tramutarlo in uno specchio magico per ritrovarvisi o per perdervisi. La purezza di quel bianco onnisciente, tanto astratta quanto reale, è la perfetta anticamera all’oscurità malvagia dell’ “impensabile” sottosuolo. La sua voce inoltre, profonda quanto il non senso, sembra provenire da arcani abissi in cui il tempo lascia spazio all’eco che rincorre il suo suono, come la causa innamorata del suo effetto, come un servo nobile col suo padrone povero e soprattutto impotente, inerme, perso, perso nel suo stesso sguardo. Uno sguardo sordo come l’oblio di un pozzo, alla cui morte non si sa se giace un cimitero di marmo o un orizzonte infinito.

 

Lucio Giuliodori

 

 

 

Mosca, stazione della metro "Dostoevskaya".

Psicologia del non senso: Dostoevskij e il sottosuolo dell'asssurdo