Oltre le ideologie: 

Giovanni Lindo Ferretti e la contraddizione come virtù.

Io, l'investigatore solenne delle cose futili che sarei capace di andare a vivere in Siberia solo perché non ne sopporto l'idea. 


Pessoa

 

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Personalmente, ho sempre provato un profondo ribrezzo sia per le sadiche dittature comuniste sia per il dogmatismo cattolico, entrambe le visioni del mondo infatti convivono – male - con le loro decine di milioni di morti innocenti, torturati e trucidati nel corso della storia.

Va da sé che una persona che inneggia addirittura a entrambe le suddette visioni non provoca in me particolare ammirazione.

Non è questo il caso dello stimatissimo Giovanni Lindo Ferretti, il quale in quanto artista geniale riesce miracolosamente a bypassare i musei degli orrori di cui sopra

Devo ammettere che da "bambino", quando ascoltavo i CCCP, una delle colonne sonore della mia adolescenza, non facevo molto caso ai concetti espressi ma piuttosto a come lui li esprimeva, a come li confezionava. Ed era appunto proprio lui che mi faceva fare caso all’uno e non all’altro aspetto….

L'incantevole deflagrazione di quell'urlato canto folle, isterico e dolce al contempo, quel punk fresco, geniale, tagliente e ironico, la presenza scenica, quel meraviglioso sguardo da pazzo, fisso nel vuoto di un'allucinazione divina, una presenza olografica che solo lui vedeva, fissata e sfidata col suo splendido inno interiore... Tutto ciò e solo esso riempiva la scena interamente.

E la riempiva così tanto e così bene da scansare e lasciare in secondo piano l'altra follia, ossia il tessere le lodi di una delle più grandi catastrofi dell'intera storia dell'umanità, ossia il comunismo, in quel caso quello sovietico.

In Ferretti dunque ciò che colpiva non erano certo le benedizioni a quel mondo-prigione (nel quale lui stesso tra l’altro non sarebbe stato tollerato), ciò che colpiva era la sua genialità, era “un presente che è Dio e che fa la cameriera”, erano le “cataste di maiali sacrificati agli dèi delle zone infette” erano i ”due, tre, quattro play gin”, era il  “chiedi a Settantasette se non sai come si fa”, e via dicendo.

Quella esile figura con gli occhi di fuori sempre vestito nel modo più spiazzante e sempre in bilico tra il nostro mondo e il suo, era così splendido nella sua raffica di genialità che non ti lasciava spazio per ulteriori movimenti di pensiero. Nel suo darsi, nel suo essere raffica, ti travolgeva inevitabilmente, costantemente, ad ogni frase, ad ogni parola folle che repentina si accavallava alla seguente, folle anch’essa, l’una sull’altra sino a gonfiare a dismisura uno spropositato livello di meraviglioso squilibrio nel quale piombavi stordito e sbalordito. E questo era Ferretti e questo rimane anche ora, anche dopo la famosa conversione e qui veniamo al punto: non ci sono due Ferretti, il punk e il pretino, no, assolutamente no! Chi ne vede due non ha capito nulla, è sempre lui nella sua interezza, nella spropositata estensione del suo essere che abbraccia i mondi più distanti. Come fa a farlo? Lo fa, è una persona stra-ordinaria, non possiamo aspettarci contingenze ordinarie al cospetto del suo esistente. Se era folle prima perché inneggiava a Stalin e alla sua dittatura di terrore, violenza, miseria e morte, perché mai stupirsi se ha cominciato a inneggiare a Ratzinger? E’ totalmente illogico. Se dovevate proprio stupirvi e schifarvi, allora dovevate farlo prima, non ora.

Ma al di là di tutto, ciò che non colgono i criticatori, quelli che appunto non gli perdonano il cambio di casacca, è la sostanza della questione: il problema non è quale idea abbia cambiato ma il cambiamento in sé…

La contraddizione, come hanno insegnato i più grandi Maestri del pensiero quali Dostoevskij, Cioran e Nietzsche, è il grimaldello che scassina l’esistenza nel suo a priori ontologico, la contraddizione permette di penetrare ad un livello esistenziale più profondo: contraddirsi è salvarsi, è liberarsi, è oltrepassarsi come direbbe Nietzsche, è dire addio al piano  dei molti, dei più o come diceva Dostoevskij dell’omnitudine.

Ne L’Anticristo, Nietzsche, col suo tipico passo sofisticato e distruttore, elegante e devastante al contempo, splendidamente, sentenzia: «”Verità”, come intende questa parola ogni profeta, ogni settario, ogni socialista, ogni uomo di Chiesa, è una completa dimostrazione del fatto che non si è ancora neppure intrapresa quella disciplina dello spirito e quel superamento di sé che sono necessari a trovare una qualsiasi piccola, anche assai piccola verità»[1] . E i profeti della critica, certamente non l’hanno mai trovata.


Cioran nel Sommario è perentorio: «Non ci si difenderà mai abbastanza dalle grinfie di un profeta… […] egli non vi perdona di vivere al di qua delle sue verità e dei suoi slanci; la sua isteria, il suo bene, vuole farveli condividere, imporveli e snaturarvi. […] Guardatevi attorno: dappertutto larve che predicano […] La società è un inferno di salvatori!»[2]

Giovanni Lindo però, ha trovato il suo modo personale di salvarsi, così estremamente personale e unico da risultare indigesto ai profeti della condivisione, intolleranti verso chi osa trascendere il loro monoteismo o “pensiero unico” che dir si voglia.

Dostoevskij, nelle meravigliose Memorie dal sottosuolo, categorico, rivendica il diritto di augurarsi ciò che agli occhi dei più è irragionevole, incondivisibile e stupido perfino:  «E in particolare può essere più vantaggioso di tutti i vantaggi perfino nel caso in cui vi porti un danno evidente e contraddica alle più sensate deduzioni della nostra ragione in materia di tornaconto, perché in ogni caso ci salvaguarda la cosa più importante e preziosa, cioè la nostra personalità e la nostra individualità»[3].

In conclusione, quello che colpisce inoltre è che la sua non è stata nemmeno una manovra pubblicitaria per vendere dischi: l’artista Giovanni Lindo col cambio di mondo, musicale e noetico, non si è commercializzato, si è “semplicemente” intimizzato. Il suo è stato un movimento interiore, sincero e profondo - che poi esso non sia condivisibile, questo è un altro discorso, io per primo, da laico e sbattezzato, non lo condivido nemmeno un po’ (e anche musicalmente il primo Ferretti è di gran lunga, palesemente migliore, non c'è confronto). Quello che apprezzo però, è la sensibilità dell’artista e l’andare per la sua strada infischiandosene dei giudizi altrui, soprattutto di quelli religiosi, inquisitori, ideologici, quelli che si sono scandalizzati perché credono che “qui c’è il bene e là c’è il male”.

I criticatori gridano al tradimento ma in realtà il loro è solo stupore misto a disprezzo, non riescono a capire come abbia fatto a… cambiare idea. Sentono di essere stati traditi, in realtà sono semplicemente stati superati: lui è andato oltre se stesso, gli altri sono rimasti lì, lui è partito per un viaggio, folle e profondamente intimo, gli altri invece in superficie erano e in superficie sono rimasti, non accorgendosi che la vita stessa è un superamento costante, figuriamoci la vita di un artista.

 


Lucio Giuliodori





[1] F. NIETZSCHE, L’Anticristo, tr. it. di F. Masini, Adelphi, Milano 1977, p. 38.

[2] E. CIORAN, Sommario di decomposizione, tr. it. di M. A. Rigoni e T. Turolla, Adelphi, Milano 1996. p. 15.

[3] F. DOSTOVESKIJ, Memorie dal sottosuolo, tr. it. di E. Guercetti, Garzanti, Milano  1992, p. 19.

 



Lucio Giuliodori